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Gregg Popovich raccontato da Valerio Laurenti

Greg Popovich, uno degli allenatori più vincenti, più significativi della storia Nba e degli Spurs che non saltano un appuntamento con i playoff da ben 22 stagioni. Inizia la sua carriera da allenatore nel 1972 da vice degli Air Force Falcons, prima di diventare per la prima volta head coach con i Pomona Collage nel 1979, con cui avrà un record di 69-110. Nel 1988 arriva la prima chiamata in Nba da vice dei San Antonio Spurs, allenati da quel Larry Brown che abbiamo visto la scorsa stagione in A con Torino. Già da allora Popovich non ne ebbe problemi a svolgere questo ruolo come dimostra una delle frasi da lui rese famose “Non è mai stato il mio obiettivo essere in primo piano. Il mio obiettivo è fare la cosa giusta ed eseguire il mio lavoro bene”.

Nel 1992 passa ai Golden State Warriors, ancora da vice, allenati da Don Nelson, questa esperienza servirà al coach di East Chicago a continuare la sua maturazione, perché come vedremo da una sua dichiarazione avvenuta in seguito, Popovich ha sempre messo la squadra davanti alla sua carriera “Niente è più importante della squadra. Se non puoi fare le cose nella nostra maniera, non avrai tempo qui e non importa chi tu sia”.  Nel 1996 torna ai San Antonio Spurs come general manager e vice presidente della franchigia.

Quella stagione licenzia l’attuale allenatore Bob Hill e si nomina head coach. La sua lungimiranza si vede sin da allora quando sceglie nel 1997 con la prima scelta assoluta Tim Duncan, da quell’anno non mancherà neanche un appuntamento ai playoff. Nel 1999 vincerà il suo primo anello e dopo questa vittoria dirà “Il basket è un gioco è semplice. Ciò che ti porta a vincere è coerenza e competitività”. Popovich farà altre due scelte azzeccatissime, la prima nel 2001 chiamando con la scelta numero 28 al draft Tony Parker, che fino ad allora aveva giocato solo al Racing Parigi. 

L’altra avvenne nel 2002 prendendo Emanuel Ginobili, appena diventato campione dell’Eurolega con la Virtus Bologna di Ettore Messina. Per capire quanto Popovich, avesse puntato sull’argentino, basti pensare alla dichiarazione fatta dopo l’addio di Manu al basket “Qui avremmo almeno due titoli in meno, se Manu non fosse stato qui. Nei miei occhi è il perno del basket”. Con il trio Duncan-Ginobili-Parker riuscì a vincere tre titoli uno nel 2003, uno nel 2005 e l’ultimo nel 2014, sfiorando la vittoria del quarto titolo nel 2013, ma questa gioia gli fu negata da Lebron James, allora in forza agli Heat e da un tiro allo scadere in gara 7 di Ray Allen, che portò la partita all’over time e successivamente vinta dagli Heat.

Dopo questa sconfitta disse un'altra delle sue frasi più significative “La misura di chi siamo, si vede da come reagiamo a qualcosa che non va nel verso voluto” e come avremmo visto in seguito la reazione arrivo proprio l’anno successivo con la conquista dell’anello Nba. L’importanza del risultato ebbe ancora maggior risalto, anche perché quello fu il primo titolo vinto da un giocatore italiano in Nba, si perché in quel roster stellare c’era il nostro Marco Belinelli, che ha sempre avuto riconoscenza in Greg per la fiducia riposta in lui. Popovich, in questi anni, non ha portato a grandi successi solo gli Spurs, ma anche la Nazionale americana. Nel 2004, dopo due anni da vice di George Karl, diventa head coach e con la nazionale a stelle e strisce può vantare due mondiali e tre Olimpiadi vinte.

Per concludere, la grandezza di Popovich nella sua carriera è stata quella di riuscire a mettere sempre il gruppo al primo posto in modo da riuscir ad ottenere il risultato voluto e questo concetto è spiegato in questa sua dichiarazione “Non si tratta di una persona. Devi andare oltre te stesso e realizzare che serve un gruppo per riuscire ad ottenere risultati”.

di Valerio Laurenti