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I grandi protagonisti dei Mondiali - Atene '98: Dejan Bodiroga

Sembrava danzare sul parquet. Così elegante nelle sue movenze da farlo apparire lento come in realtà non era. L’effetto ottico scaturiva dalla perfezione con la quale eseguiva i fondamentali e dalla dissimulata forza dei suoi muscoli, capaci di controllare qualsiasi gesto. L’incanto di Dejan Bodiroga! Quando il 7 giugno del 2007, al PalaEur di Roma, ha dato l’addio al basket giocato, a salutarlo c’erano gli applausi – e le lacrime – di chi era convinto che esemplari come lui non ne sarebbero nati più.

Una guardia di 2 metri e 05, ma anche un play-maker e un’ala piccola, o tutte e tre le cose insieme. Nel sangue, geni simili a quelli di Drazen Petrovic (i rispettivi papà erano cugini di 1° grado), e già questo dava un’idea della specie di appartenenza. Solo che Dejan (appena sbocciato come cestista mentre Drazen incontrava la sua tragica fine su una strada) doveva fare i conti con gli ostacoli della guerra civile prima di poter emergere. Era serbo, a 17 anni giocava nella croata Zara, da dove sarebbe stato costretto a fuggire prima o poi; c’era pronto un rifugio in Italia, a Trieste, affidato dalle mani di Kresimir Cosic a quelle di coach Boscia Tanjevic, che in campionato poté impiegarlo solo dopo un anno di attesa (no problem, lui si allenò lo stesso tutti i giorni, senza disputare partite!).

Da Trieste a Milano, riflettori e primi successi, la Coppa Italia e lo scudetto del’96. E intanto aveva già conquistato il cuore dei suoi tifosi e gli occhi di tutti. Chi lo guardava aveva quasi la sensazione di poter gustare ogni fotogramma delle sue giocate: arresto, finta, passo e tiro, la sospensione con mano morbida; e il suo famoso “shammgod” (un uno-contro-uno che si consiglia di vedere in rete, sarebbe difficile da descrivere). La media superiore ai 20 punti a partita, ma anche assist e rimbalzi.

Da rifugiato a desiderato il passo è stato breve. In NBA gli avrebbero fatto ponti d’oro, se solo avesse voluto; ma a lui andava già bene il Real Madrid, e poi il Panathinaikos e il Barcellona; un totale di quattro Coppe Europee vinte, senza contare i titoli nazionali. E la Serbia, ovviamente, non poteva non accorgersi di questo figliol prodigo. Nel ’95 era entrato da protagonista nella Nazionale di Jugoslavia, che aveva vinto il primo oro dopo la disgregazione per la guerra civile. Da allora una presenza continua per dieci anni, con tre Olimpiadi, due Mondiali e quattro Europei (altre quattro medaglie d’oro, una d’argento e una di bronzo).

Al suo primo Mondiale, quello del ’98 ad Atene, risultò il miglior realizzatore della squadra, oltre che MVP del torneo, contribuendo così in maniera determinante alla conquista del primo oro (il secondo sarebbe arrivato nella successiva edizione del 2002 a Indianapolis). In tutti i continenti, quella volta, poterono ammirarlo, e l’NBA ancora una volta corteggiarlo. Niente da fare, dall’Europa non si sarebbe più allontanato; anzi volle chiuderla in Italia la sua carriera, come a voler esprimere gratitudine verso la terra che lo aveva accolto e fatto conoscere. I suoi tifosi diventarono quelli di Roma, ai quali regalò altre due stagioni di grandi emozioni. Poi l’addio. E in quel momento si accorse che a salutarlo c’era il mondo intero.

Nunzio Spina

Foto 1: Dejan Bodiroga, con la medaglia d’oro al collo, al suo debutto in un Campionato Mondiale, Atene 1998 (dal sito “Fiba Basketball World Cup”)

Foto 2: Lo stile inconfondibile di Bodiroga in una delle due partite vinte contro i padroni di casa della Grecia; nel Mondiale di Atene è stato MVP (dal sito “Fiba Basketball World Cup”).