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Mondiali di basket: Atene 1998 - Ritorno slavo, Italia in altalena

La Grecia era ormai pronta a esibirsi sul palcoscenico del basket mondiale, come paese organizzatore e come rappresentativa nazionale. Negli ultimi dieci anni aveva ospitato due volte i campionati europei, dove la squadra ellenica, su sei edizioni, si era aggiudicata un oro, un argento e tre quarti posti. Ai piedi del podio era giunta anche nei più recenti Mondiali di Toronto, e i tempi sembravano quindi ormai maturi per lanciare oltre il continente la propria immagine cestistica, intensa di passione e di ambizioni.

La Coppa del Mondo, così come era stata ribattezzata, tornava dunque in Europa, dopo Lubiana ’70 e Madrid ’86. L’area metropolitana della capitale Atene bastava a contenere spettatori ed entusiasmi, con il Peace and Friendship Stadium del Pireo e l’Athens Olympic Indoor Hall (15.000 e 20.000 posti, rispettivamente). Clima torrido, dentro e fuori, visto che il torneo venne disputato dal 29 luglio al 9 agosto. Sempre sedici le squadre partecipanti, divise in quattro gironi eliminatori, ma con una variazione di formula: passavano le prime tre (e non due), formando stavolta due gruppi da sei, che promuovevano le prime quattro ai quarti di finale. 

Il fatto che suscitò maggior clamore avvenne ancor prima che la manifestazione avesse inizio, facendo entrare nel linguaggio comune il neologismo anglosassone “lockout”. In pratica un blocco, quello che fu imposto ai giocatori NBA, vietando loro di vestire la maglia della Nazionale. E così gli Stati Uniti, che con il Dream Team avevano già dimostrato di essere invincibili sia nella competizione olimpica (Barcellona ’92 e Atlanta ’96) che in quella mondiale (Toronto ’94), dovettero ripiegare su una formazione, diciamo così, di “terrestri”. La decisione fu presa all’ultimo momento, e a quel punto sembrò più opportuno reclutare dodici giocatori che si trovavano già in Europa, militanti in vari club. Tra questi, il play Michael Hawkins aveva giocato proprio nell’Olympiakos Pireo, mentre in Italia furono pescate le ali Bill Edwards (Roma) e Gerard King (Siena); da Berlino arrivò l’esterno Wendell Alexis (già a Livorno, Siena, Trapani e Reggio Calabria), da Malaga l’ala grande David Wood (ex Livorno anche lui). Nel nostro campionato sarebbero poi approdati Brad Miller, Ashraf Amaya e Kiwane Garris. 

Il lockout spianava di fatto la strada alle altre pretendenti al successo finale. E qui erano le europee in primo piano: la Russia (ancora guidata da Sergej Belov), la Jugoslavia (nome che in realtà metteva insieme solo Serbia e Montenegro), la stessa Grecia (che col sostegno del suo pubblico poteva essere capace di tutto), l’emergente Lituania, anche Spagna e Italia, entrambe sempre alla ricerca di un exploit. In realtà, queste furono alla fine le formazioni che occuparono sei dei primi sette posti, con la sola presenza “estranea” degli Stati Uniti, medaglia di bronzo un po’ a sorpresa, dopo la vittoria sulla Grecia (84 a 61), che zittì i ventimila dell’arena olimpica.

A giocarsi l’oro furono invece Jugoslavia e Russia. Si erano addirittura ritrovate insieme nel girone di qualificazione, e già allora era stata una battaglia, con la Jugoslavia vittoriosa al supplementare. Partita equilibrata anche nella finale, ma qui sono bastati due punti agli slavi (64 a 62) per chiudere i conti nei tempi regolamentari. Quarto oro alla Jugoslavia, per quanto non rappresentasse più la confederazione di stati di una volta. Anche questo un risultato al di là delle attese, se si tiene conto di assenze importanti come quelle di Divac, Danilovic, Savic, Paspalj. In compenso, spazio ad altri fuoriclasse: la guardia Dejan Bodiroga, eletto MVP del torneo, cresciuto praticamente in Italia (tra Trieste e Milano), maturato col Real Madrid, segno particolare la penetrazione a canestro; il centro di 2 e 13 Zeliko Rebraca, in forza alla Benetton Treviso dove aveva vinto uno scudetto, il suo gioco spalle a canestro avrebbe convinto l’NBA a reclutarlo. Pesava ancora il carisma del play Aleksandar (Sasha) Djordjevic, che veniva da Barcellona, dopo avere anche lui girato in Italia (Milano, Bologna) e messo piede negli States (Portland).

L’Italia voleva e poteva essere protagonista. Il sesto posto finale migliorava il piazzamento precedente (nona a Buenos Aires ’90), ma lasciava più o meno lo stesso strascico di rimpianti e delusione. Molte cose, però, erano da salvare. La partecipazione a questi Mondiali in Grecia era merito della Nazionale di Ettore Messina, argento agli Europei di Barcellona dell’anno prima. Ma intanto si era iniziato un nuovo ciclo, sotto la guida del montenegrino Bogdan Tanjevic, divenuto ormai italiano per adozione e per meriti sul campo. Basile, De Pol, Meneghin, Chiagig, Damiao e Pozzecco erano i nomi nuovi di una formazione che si affidava ancora a Fucka, Myers, Bonora, Galanda, Abbio e Frosini, e che volentieri si sarebbe giovata dell’apporto del pivot Marconato, assente per infortunio.

Il cammino fu altalenante. Debutto agevole col Senegal (76 a 66), passo falso con la Grecia (64 a 56), risveglio col Canada (79 a 69) e qualificazione al girone a sei; dove ci fu subito un crollo, con la Russia (55 a 71), dal quale ci si poteva riprendere solo battendo la Jugoslavia, impresa che clamorosamente riuscì (61 a 60) con un Fucka particolarmente ispirato; il successo con Portorico (68 a 63) portò ai quarti di finale, ma qui c’era la “banda dei galeotti” USA ad attenderci: con 32 punti di Myers (assente però nei primi due incontri) poteva riuscire anche questa di impresa, ma alla fine si uscì sconfitti di tre (77 a 80), restando fuori dalle prime quattro. L’altalena proseguì con la vittoria sulla Lituania (76 a 71) e la sconfitta con la Spagna (61 a 64), tanto per non smentire il rendimento incostante, che alla fine negò agli azzurri anche il quinto posto.

Da salvare c’era senz’altro la vittoria sulla Jugoslavia, costretta da una spietata difesa azzurra al suo minimo punteggio; e anche la prova con gli Stati Uniti, che avrebbe potuto regalarci la semifinale con una più oculata gestione della palla negli ultimi secondi. Se si era giocato alla pari con due squadre salite sul podio, un buon motivo doveva esserci.

Da salvare c’erano anche le prestazioni dei singoli. A cominciare da Gregor Fucka, miglior realizzatore della squadra, alla fine inserito dai critici nel miglior quintetto come ala grande (riconoscimento che per la prima volta andava a un italiano in un Mondiale; e sarebbe rimasta anche l’unica). Prometteva bene la personalità di gioco espressa da Gianluca Basile e da Andrea Meneghin, al loro debutto in una manifestazione ufficiale, e la buona disponibilità al sacrificio da parte di tutti gli altri (infortuni o malanni permettendo). Si ebbe insomma la sensazione che con un Myers più continuo il nuovo ciclo targato Tanjevic potesse davvero portare a traguardi prestigiosi.

Nunzio Spina

Foto 1: Azione sotto canestro di Bodiroga in Jugoslavia-Italia; gli azzurri, alla fine, usciranno sorprendentemente vittoriosi (dal periodico “Giganti del Basket, n° 8-9, 1998”).

Foto 2: Gregor Fucka in entrata acrobatica nella partita contro la Russia; l’azzurro verrà inserito, primo italiano in un Mondiale, nel miglior quintetto della manifestazione (dal periodico “Superbasket, agosto 1998”)

Foto 3: Dino Meneghin, team manager della Nazionale, sembra consolare il figlio Andrea per la mancata qualificazione alla semifinale (dal periodico “Superbasket, agosto 1998”).

Foto 4: Finale per il bronzo fra USA e Grecia. In azione lo statunitense Wendell Alexis, noto al pubblico italiano per avere giocato in varie squadre di serie A (dal periodico “Giganti del Basket, n° 8-9, 1998”).