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Mondiali di basket: Madrid 1986 - Risveglio USA, Italia castigata

Una edizione da grandi numeri segnò il ritorno dei Mondiali in Europa. Onore e merito alla Spagna, paese organizzatore, che negli ultimi anni aveva fatto registrare una notevole crescita cestistica, assestandosi nei primi posti di ogni competizione, sia di club che di Nazionali, fino all’argento delle recenti Olimpiadi di Los Angeles. Le squadre da ospitare passavano, di colpo, da tredici a ventiquattro; le fasi a gironi salivano a sei, più un round finale a spareggi, per un totale di novanta partite. Nessun problema! Sette città in campo, sparse per tutta la penisola e anche oltre (Tenerife, nelle Isole Canarie), palazzi dello sport pronti a reggere lo slancio del pubblico, l’atmosfera infuocata del mese di luglio.

Si era deciso di rendere i Mondiali più “mondiali”, coinvolgendo maggiormente i vari continenti. Tre squadre del Centro America, ad esempio, tre dell’Asia, due dell’Africa; per l’Europa ben nove posti a disposizione, compreso quello della Spagna e dell’URSS, che vantavano il diritto, rispettivamente, di nazione ospitante e di detentrice del titolo. Il risultato fu apprezzabile dal punto di vista coreografico; forse un po’ meno da quello tecnico, perché se si presentavano formazioni come quelle della Nuova Zelanda e della Malesia (l’unica partita che riuscirono a rendere equilibrata fu quella giocata tra loro) si poteva ritenere che, per un tale allargamento, i tempi non fossero ancora maturi. E infatti, trascorsero vent’anni prima che la formula delle 24 squadre venisse riproposta.

Tra le otto partecipanti europee non poteva certo mancare l’Italia, che al pari della Spagna (e ritrovandosela spesso come contendente diretta) aveva negli ultimi tempi trovato posto nelle zone alte della classifica; faceva testo soprattutto l’oro europeo di Nantes nell’83, ma anche il bronzo della edizione successiva di Stoccarda ’85, senza contare il buon quinto posto olimpico di Los Angeles ’84. Tutti portavano la firma di Sandro Gamba come commissario tecnico, che però aveva deciso di tornare all’esperienza di club, lasciando la non facile eredità a Valerio Bianchini, che a Cantù e a Roma aveva fatto man bassa di scudetti e Coppe.

Il Mondiale spagnolo fu il primo appuntamento agonistico che Bianchini si trovò ad affrontare, giunto forse troppo presto per collaudare i cambiamenti del nuovo corso. In realtà, non c’erano state scelte diverse sui giocatori (per dieci dodicesimi già presenti nell’era-Gamba), ma tempi e schemi di gioco non potevano restare immutati. Marzorati e Villalta erano al loro secondo Mondiale; poteva esserlo anche per Vecchiato, se il suo tendine d’Achille non avesse ceduto costringendolo a un lungo stop. C’erano altri reduci di Nantes e Stoccarda: Sacchetti, Brunamonti, Costa, Gilardi, Riva, e poi Magnifico, Binelli, Premier. A completare la rosa, Polesello e Dell’Agnello.

La Nazionale azzurra ebbe un avvio incoraggiante nel girone eliminatorio di Malaga, ottenendo quattro vittorie di fila contro Cina (98 a 87), Portorico (78 a 55), Costa d’Avorio (98 a 62) e Germania (85 a 76). Affermazioni nette, e non sempre scontate, che spinsero la RAI a trasmettere le partite, da allora, non più in differita; la prima diretta fu con gli Stati Uniti, e purtroppo coincise con la prima, anche se ininfluente, sconfitta (86 a 64). Le prime tre di ogni girone si ritrovavano poi in due gruppi da sei. Trasferitasi a Oviedo (assieme agli USA), l’Italia avrebbe praticamente dovuto battere la Jugoslavia per accedere alle semifinali (andavano avanti le prime due); impresa difficile che divenne impossibile: 102 a 76, con 32 punti del “veneziano” Dalipagic, e 41 (in due) dei fratelli Petrovic, Aza e il più giovane Drazen, già sorprendente per classe e temperamento, tanto da essere premiato come MVP al suo debutto “mondiale”. 

Una punizione mortificante per Bianchini e i suoi, che vedevano così vanificato anche lo sforzo di avere battuto, in quella seconda fase, avversarie di valore, come Canada (89 a 86) e Argentina (78 a 70). Antonello Riva aveva mostrato le sue qualità di tiratore scelto (anche nei tiri da tre, introdotti per la prima volta in un Mondiale); in evidenza il gioco spalle a canestro di Walter Magnifico e le doti atletiche del 2 e 15 Augusto Binelli, che spinse il talent scout statunitense Mike Fratello a invitarli entrambi a un camp con gli Atlanta Hawks. La sconfitta finale con la Spagna (87 a 69) nello spareggio per il quinto posto (dopo avere travolto Israele, 100 a 78), fece chiudere tra delusione e critiche un campionato che si era iniziato sotto buoni auspici.

Nel Mondiale delle tante novità, si registrò anche il colpo di scena degli Stati Uniti, che finalmente tornavano alla medaglia d’oro dopo averla conquistata una sola volta, nella lontana seconda edizione del ’54. Erano pur sempre i maestri del basket, ma in questa competizione si erano spesso autoflagellati, presentando formazioni di dilettanti allo sbaraglio. Stavolta una rappresentativa piena di universitari molto promettenti, sicure stelle NBA in futuro, dai 216 cm del centro David Robinson (ufficiale della marina, che avrebbe vinto anche un bronzo e due ori olimpici) ai 158 cm (proprio così, 158!) del play Tyrone Bogues, un concentrato di grinta e dinamismo, in grado di guidare i compagni e braccare gli avversari (Drazen Petrovic, tra questi). 

Gli Stati Uniti si qualificarono per la finalissima di Madrid nonostante l’esordio stentato con Portorico (vittoria di un punto) e la sconfitta con l’Argentina, ma aggiudicandosi le partite che contavano, con Jugoslavia e poi Brasile in semifinale. Affrontarono i campioni uscenti dell’Unione Sovietica, che invece le avevano vinte tutte fino a quel punto, sommergendo gli avversari sotto una valanga di canestri, tranne la Jugoslavia in semifinale: là ci vollero i tiri da tre dell’ormai affermato Arvidas Sabonis, per recuperare 9 punti in 49 secondi, andare al supplementare e spuntarla di uno (91 a 90).

Combattutissima anche la finale USA-URSS, che sapeva tanto di sfida olimpica, con attacchi imbrigliati dalle difese avversarie. Sempre avanti gli statunitensi (+ 10 all’intervallo), poi tentativo di rimonta sovietica con le ali Tikhonenko e Chomicius, che si fermò a due punti di scarto: 87 a 85.

Nella finale per il bronzo, incontenibile la Jugoslavia contro il Brasile, 117 a 91. Kresimir Cosic stavolta era allenatore in panchina, a guidare una squadra molto ringiovanita, dove fece la sua apparizione, tra gli altri, il diciottenne serbo Vlade Divac. Fu l’inizio di una nuova era di successi. 

Per il Brasile, invece, era l’ultimo colpo di coda prima di una lunga carestia. “Oscar Schmidt da Caserta” ne aveva fatti 43 in semifinale agli statunitensi, 27 agli slavi, ma servirono solo a farlo piazzare al secondo posto nella classifica dei marcatori. Primo risultò un giocatore della Grecia (giunta decima al suo debutto “mondiale”), che aveva movimenti e tecnica di una guardia statunitense: si chiamava Nikos Galis, la sua media partita arrivò a 33,7. Il valore dei tre punti si fece subito sentire.

Nunzio Spina

Foto 1: Walter Magnifico e Augusto Binelli in due momenti del Mondiale spagnolo (rispettivamente contro Portorico e USA); per loro l’invito di Mike Fratello in un camp con gli Atlanta Hawks (da “Giganti del Basket, n° 10, 1986”).

Foto 2: Valerio Bianchini al Mondiale ’86 in Spagna, prima sua manifestazione ufficiale sulla panchina azzurra (da “Giganti del Basket, n° 10, 1986”)

Foto 3: Antonello Riva cerca di divincolarsi dalla morsa spagnola nella finale per il quinto posto; è stato il miglior realizzatore dell’Italia (da “Giganti del Basket, n° 10, 1986”).

Foto 4: Tyrone Bogues solleva il trofeo del secondo titolo mondiale per gli USA, che lo ha visto protagonista nonostante la sua statura di 1 e 58 (da “Giganti del Basket, n° 10, 1986”).