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Mondiali di basket: Cali 1982 - Terzo oro URSS, rinuncia azzurra

Ogni angolo del Sudamerica era buono per accogliere un campionato mondiale di basket. Ci provò anche la Colombia, che non era stata mai avvistata nelle mappe geografiche cestistiche, e fu ancora una volta un successo. Eccitazione e grande pubblico nella capitale Bogotà, così come a Medellin, Bucaramanga e Cucuta, sedi che ospitarono i gironi di qualificazione e quello di consolazione, scoprendo una insolita ribalta sportiva. Mentre Cali, terza città per abitanti, prese addirittura le sembianze di Rio de Janeiro nel dar vita alla fase finale del torneo: colori, luci e spettacolo nel suo Coliseo El Pueblo, arena da ventimila posti. 

Si rivelò un evento eccezionale, anche perché la Nazionale colombiana ebbe così la prima occasione (che poi sarebbe rimasta l’unica) per partecipare a una manifestazione intercontinentale, olimpiadi comprese. A guidarla dalla panchina c’era una vecchia conoscenza italiana, quel Jim McGregor che negli anni cinquanta aveva portato dagli States una ventata di novità tecniche nel basket azzurro, e poi aveva girato il mondo in lungo e in largo per allenare rappresentative e squadre di club (Gorizia e Pesaro, tra le altre). Non poté fare a meno di rimediare solo sconfitte, in quel Mondiale, anche perché – come era consuetudine – si ritrovò qualificata di diritto alla fase finale, dove non c’erano avversarie disposte a fare complimenti. Ne beccò 143 dall’URSS, 100 e più da Spagna, USA e Canada. Il pubblico di casa si divertì comunque.

La Colombia fu peraltro la sola formazione a entrare in scena nel secondo turno, perché stavolta (piccola novità) il pass non venne riconosciuto alla detentrice del titolo, in questa caso la Jugoslavia. Di conseguenza, per mantenere invariata la formula, non più quattordici partecipanti, ma tredici, e girone finale a sette. Ad andare avanti sarebbero state le solite favorite di prima fascia (Jugoslavia, URSS, USA), più Australia, Canada e una Spagna più che mai decisa a far sentire la sua voce anche al di fuori dei confini europei. All’appello mancava praticamente solo il Brasile, rimasto invischiato nel girone di Medellin da una sconfitta al supplementare per mano dell’Australia. Un duro colpo per i cariocas, che dopo aver conosciuto la gloria di due ori, due argenti e due bronzi su otto Mondiali disputati, non sarebbero più stati in grado, da quel momento, di risalire sul podio.

Il compito non sarebbe stato facile neanche per l’Italia, che tuttavia si era guadagnata la partecipazione col clamoroso secondo posto alle Olimpiadi di Mosca ’80, e si era poi confermata a buoni livelli col quinto posto nell’Europeo di Praga ’81. La decisione di rinunciare alla trasferta in Colombia spazzò via ogni rischio, ma anche ogni opportunità... Tante cose, nel frattempo, erano cambiate nel clan azzurro, a cominciare dalla guida tecnica, affidata al vice di Primo, Sandro Gamba, dopo la delusione dell’Europeo in casa del ’79. L’argento di Mosca era stato un debutto fin troppo felice, ma la grinta del neo allenatore e il coraggio di giocatori emergenti, come Villalta, Sacchetti, Caglieris, Brunamonti (accanto ai soliti Meneghin e Marzorati), facevano guardare con ottimismo al futuro prossimo. La rinuncia al Mondiale oltre oceano fu condizionata dall’osteggiamento delle società, mal disposte a cedere giocatori alla Nazionale nella seconda metà di agosto, a ridosso del campionato; tanto più che nel giugno successivo c’era in programma l’Europeo a Nantes. La motivazione ufficiale fu proprio quella di puntare tutto a questo secondo appuntamento; che fosse una scusa o meno, la scelta si rivelò vincente.

In Colombia, intanto, fu la Spagna a impersonare in qualche modo il ruolo dell’Italia. Il tasso tecnico della squadra guidata da Diaz Miguel (un allenatore che, pensate un po’, si era ispirato al basket nostrano di Paratore e di Primo) si elevava di anno in anno. Accanto al fuoriclasse statunitense naturalizzato Brabender (che a Cali diede l’addio alla Nazionale) erano cresciuti i pivot Romay e Martin, le ali San Epifanio e Jimenez, i play Solozabal e Corbalan. Gli iberici batterono gli Stati Uniti nel girone di Bogotà, mentre nel round finale furono sconfitti solo da Unione Sovietica e Jugoslavia. Quest’ultima se la ritrovarono nella finale per il bronzo, e per poco stava per scapparci l’impresa: finì con un sonante 119 a 117 a loro sfavore; fuori dal podio, ma la Spagna tanto in alto in un Mondiale non era mai arrivata.

La Jugoslavia si aggiudicava così, con un brivido, la sesta medaglia consecutiva, anche se le precedenti erano state tutte dei due metalli più pregiati. Nelle sue file non c’era più Cosic, e si sentì; ma la batteria dei tiratori era ancora irresistibile: da Kicanovic (prima stagione a Pesaro) a Delibasic, da Dalipagic a Radovanovic (entrambi a Venezia, prima o dopo); si affacciava Aza Petrovic, che anticipava l’ingresso in scena al fratello minore Drazen ancora diciottenne.

In realtà, l’andamento delle partite sembrava orientarsi ancora una volta verso una finale per l’oro tra URSS e Jugoslavia, sfida-spareggio inaugurata nella edizione precedente. Se al posto degli slavi si presentarono gli Stati Uniti, un po’ a sorpresa, lo si dovette a un “giochino” (non confessato, ma fortemente sospettato) di quella vecchia volpe dell’allenatore sovietico Gomelskij, ben disposto a lasciarsi battere dagli USA nell’ultima partita del girone a sette, per poi ritrovarseli due giorni dopo in finale; il tutto per evitare proprio la Jugoslavia, considerato avversario più temibile.

I calcoli si rivelarono giusti, ma talmente misurati da rischiare di fallire. La rappresentativa USA aveva finalmente reclutato atleti universitari promettenti, come Doc Rivers (MVP del torneo, play maker di 1,90 in grado di palleggiare e schiacciare con uguale disinvoltura), o come Antoine Carr (ala-pivot che prima di sfondare nella NBA avrebbe soggiornato una stagione a Milano); c’erano anche Jeff Turner (ala, due stagioni a Cantù, prima degli Orlando Magic) e Earl Jones (centro, una stagione a Trieste). Bel gioco e grande agonismo, gli statunitensi furono in grado di recuperare un -13 all’URSS negli ultimi minuti della finale, ma a 9 secondi dalla sirena sprecarono banalmente – per quella inesperienza su cui tanto faceva affidamento Gomelskij – il canestro del definitivo sorpasso (95 a 94).

Titolo all’Unione Sovietica per la terza volta (staccando così Brasile e Jugoslavia) e ancora una dimostrazione di grande solidità di squadra. Sempre bene in vista Tkacenko, e non solo per questione di centimetri, i nomi nuovi che guadagnavano i favori della critica erano quelli delle ali Miyskin e Lopatov, dei play Eremin e Valters. In panchina, ancora poco impiegato, scalpitava un diciottenne lituano dalle grandi doti fisiche, Arvidas Sabonis.

Nunzio Spina

Foto 1: L’Unione Sovietica festeggia in Colombia il suo terzo titolo Mondiale. Al centro della foto l’allenatore Aleksandr Gomelskij, che nelle edizioni passate ha già vinto un’altra medaglia d’oro, una d’argento e due di bronzo (da “Giganti del Basket, n° 10, 1982”)

Foto 2: Lo spagnolo Andres Jimenez in azione, nella finale per il bronzo contro la Jugoslavia; alla Nazionale iberica sfuggirà di pochissimo il primo podio mondiale (da “Giganti del Basket, n° 10, 1982”).

Foto 3: Jim Thomas e Earl Jones (rispettivamente con i numeri 13 e 6) si avventano su un rimbalzo nella finale per il primo posto, persa di un punto (94 a 95) contro l’URSS (da “Giganti del Basket, n° 10, 1982”).