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I grandi protagonisti dei Mondiali - Montevideo '67: Radivoj Korac

Quando si racconta di lui, la definizione più usata è: leggenda! Come se tutto quello che ha fatto e che gli è capitato sia appartenuto alla fantasia di un narratore. In realtà, è la maniera più facile per condensare in una sola parola le vicende di un personaggio fuori dall’ordinario, il cui nome era destinato a restare impresso nella storia e nella memoria del basket mondiale. Cestista jugoslavo degli anni cinquanta e sessanta. Si chiamava Radivoj Korac.

Nato nel 1938, nella provincia serba della Voivodina, a sedici anni venne avviato al basket da Boris Stankovic, futuro segretario generale FIBA, che dovette strapparlo ai campi di calcio, dove pare se la cavasse egregiamente tra i pali della porta; e già qui si consumò la prima trama della leggenda. Subito in campo con la OKK di Belgrado, il soprannome di allora (“Zucko”, cioè “biondino”) gli sarebbe rimasto addosso per sempre. Alto 1,94, aveva due gambe forti e una mano morbidissima, la sinistra, con la quale sembrava accarezzare la palla per dirigerla a canestro da qualsiasi posizione. Con i tiri liberi no, era diverso: il pallone tenuto all’altezza delle ginocchia e poi lanciato dal basso con entrambe le mani. Tecnica già fuori moda, ma tremendamente precisa, non l’avrebbe più cambiata.

Nella Nazionale jugoslava entrò a 20 anni, divenendone subito il giocatore più rappresentativo. Tra le sei medaglie conquistate, due di argento ai Mondiali del ’63 in Brasile e del ’67 in Uruguay; in entrambe le circostanze col contributo di avere realizzato più punti per la sua squadra. Miglior marcatore dell’intera manifestazione, invece, lo fu in tre Europei e alle Olimpiadi di Roma ’60 e di Città del Messico ’68. 

Segnava, segnava tanto. Capocannoniere del campionato jugoslavo per sette stagioni (record imbattuto), in una partita di Coppa dei Campioni del 1965, a Stoccolma, mise a referto la bellezza di 99 punti. Per battere il record mondiale dei 100 di Wilt Chamberlain, stabilito tre anni prima, sarebbe bastato un solo canestro in azione; ma nessuno ci aveva pensato, tanto che negli ultimi minuti lo fecero riposare in panchina…!

Nel ’68 fu accolto in Italia, nelle file del Petrarca Padova, dove continuò a segnare e a vincere la classifica dei marcatori, ma i suoi canestri non riuscirono a evitare la retrocessione della squadra. Pochi giorni dopo la fine del campionato, il 2 giugno del ’69, c’era ad attenderlo un destino tragico. Di ritorno da una partita disputata con la sua Nazionale, ebbe un incidente stradale a Serajevo; una sbandata, un pullman che travolge la sua auto, morte sul colpo. Trentuno anni, una carriera ancora davanti. 

Il cordoglio nel mondo del basket fu talmente sentito che, dal 1971 (e fino al 2001), venne istituita in suo onore la Coppa Korac, terza manifestazione europea per club. Ultima trama della leggenda, con una suggestione finale. Il trofeo che veniva consegnato alla squadra vincitrice era stato disegnato dal fratello, lo scultore Djordie Korac; simboleggiava proprio le mani di Radivoj nel momento in cui la sinistra “accarezza” il pallone per lanciarlo a canestro.

Nunzio Spina

Foto 1: Korac a canestro contro gli USA, con la sua morbida mano sinistra; a destra, il trofeo stilizzato della Coppa a lui intitolata (dai siti “srpskacafe.com” e “wikipedia”).

Foto 2: Radivoj Korac: il campione del basket slavo negli anni cinquanta e sessanta divenuto leggenda (dal sito “yugopapir.com”).