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Il basket ha veramente bisogno di emanciparsi?

Riprendo un concetto già espresso in passato: abbiamo veramente bisogno di emancipare il basket?

Da amanti della pallacanestro abbiamo assistito con quel sorriso amaro i deliri di onnipotenza di un calcio schiacciato dai debiti, la SuperLeague panacea di tutti i mali (contabili). Abbiamo compatito sedicenti giornalisti sportivi azzardare paragoni astrusi con l’NBA, accarezzando con tenerezza chi addirittura sconfinava nella poesia decretando il calcio l’unico mezzo per arrivare al sogno dei bambini.

Il paragone con l’Eurolega ci può stare, anche se in uno sport di nicchia la concentrazione economica delle grandi per creare una lega propria, è esigenza per mantenere un certo tipo di appeal con gli investitori. Operazione complessa e poco sostenibile, visto che la voragine debitoria della massima competizione continentale registra squarci sempre più ampi. 

Ma il punto non è questo. Il punto è: alla luce dell’oceano di melma in cui il mondo pallonaro è costretto a nuotare, con personaggi ovviamente sempre più “tarati” per una disciplina non adatta a tutti, ha senso anelare a questo scenario per la pallacanestro? Ha senso omologarsi a pensieri dal bassissimo valore sportivo per rincorrere l’emancipazione?

Molti voi diranno che fra poco sarà una necessità per non veder sparire il basket. Il governo non ci considera, i media men che meno, l’opinione pubblica generalista tratta la palla a spicchi come una sottospecie in via di naturale estinzione. Alzare la voce vorrebbe dire alzare il potere contrattuale della pallacanestro, passando per forza  da una maggiore struttura economica.

Brutta storia la contemporaneità, con tutte le sue ineludibili semplificazioni; viene tolta ogni sfumatura dell’esistenza etichettandola come superflua, per mantenere una passione è necessario fare continue trasfusioni di sangue. E allora diventa difficile rivendicare il valore degli sport di nicchia, quelli per cui c’è una cultura più elevata e genuina, quelli per cui si ha l’orgoglio di farne parte. Le cose belle sono per pochi, le cose belle e leggermente complesse sono per pochissimi, il sacrificio di un illuminato appassionato vero per trovare una via alternativa alla contemporaneità…l’esigenza per sopravvivere rimanendo sé stessi.

Raffaele Baldini