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Mondiali di basket: Indianapolis 2002 - Tracollo USA, sfida slavo-argentina

Sulla pista di Indianapolis la Nazionale di basket USA aveva già previsto la volata, sicura e solitaria, verso il titolo mondiale. Non aveva motivo di dubitarne. Per l’occasione – era la prima volta che gli Stati Uniti ospitavano una edizione della Coppa del Mondo – si era nuovamente vestita di stelle NBA, e visti i precedenti dei vari Dream Team, sempre dominatori nelle manifestazioni intercontinentali, la medaglia d’oro non sarebbe sfuggita ancora una volta. Non poteva sfuggire, proprio là, in casa!

Accadde invece quello che nessuno avrebbe mai lontanamente previsto. Gli USA non solo non vinsero l’oro, ma non salirono neanche sul podio, addirittura relegati a un sesto posto che rappresentava il piazzamento peggiore nella storia dei Mondiali. Peggiore persino del quinto – che già aveva fatto gridare allo scandalo – rimediato nelle edizioni di Lubiana ’70 e Manila ’78, alle spalle proprio dell’Italia. Una solenne punizione per i maestri americani, che per un po’ se ne stettero dietro la lavagna a riflettere.

Incuranti di avversari e formula, che restava invariata rispetto a quella introdotta quattro anni prima ad Atene (unica novità le 4 frazioni di gioco), i cestisti statunitensi iniziarono senza esitazioni il loro cammino, com’era normale attendersi. Tre vittorie in scioltezza, con Algeria, Germania e Cina, per andare alla seconda fase e continuare per un po’ a illudersi che non ci fossero ostacoli (106 a 82 alla Russia vicecampione del mondo, 110 a 62 alla Nuova Zelanda), fino a che l’irriverente Argentina non decidesse di far conoscere a una Nazionale composta da giocatori NBA come fosse fatta una sconfitta (87 a 80); non accadeva da dieci anni e da ben 54 incontri.

Il bello però, anzi il peggio, venne dopo. Stordita da questo inatteso uppercut, la squadra a stelle e strisce riuscì a farsi sorprendere anche nei quarti, da una Jugoslavia (alias Serbia- Montenegro) che pure nel ruolo di campione uscente aveva stentato alquanto fino allora, perdendo con Spagna e Portorico. Fuori dalle semifinali, col morale a terra per le umiliazioni subite davanti al proprio pubblico, gli Stati Uniti ebbero appena la forza di superare Portorico con un misero 84 a 74, prima di crollare anche davanti alla Spagna. Sesto posto; da non credere!

In realtà una spiegazione c’era, forse più di una. Intanto i giocatori NBA selezionati non erano proprio di primissima scelta (a parte Paul Pierce, guardia dei Boston Celtics, e Reggie Miller, ala degli Indiana Pacers), dal momento che le vere stelle avevano preferito salvaguardare muscoli e contratti, snobbando gli impegni della Nazionale. In campo, però, poteva bastare un atteggiamento meno presuntuoso, quella voglia di lottare e di reagire alle prime difficoltà, che l’abitudine a vincere, sempre e comunque, aveva fatto venire meno. D’altra parte, bisognava anche ammettere che il livello tecnico del Resto del Mondo si stava decisamente alzando, e di fuoriclasse cominciavano a venirne fuori un po’ dappertutto (alcuni di loro in NBA ci avevano già messo piede, altri lo avrebbero fatto proprio grazie alla vetrina di Indianapolis). 

Ad aggiudicarsi l’oro fu la Jugoslavia, per la seconda volta consecutiva, la quinta in totale. Ebbe il merito di vincere le partite che contavano, soprattutto quella con gli USA nei quarti (rimontando da -10), e la fortuna di incontrare in finale un’Argentina privata dell’apporto del suo uomo migliore, Manu Ginobili. Finale comunque combattuta, risolta dopo un supplementare, con gli slavi ancora una volta costretti a recuperare (un -8 negli ultimi quattro minuti regolamentari), in virtù del grande temperamento dei giocatori serbo-montenegrini e dei canestri di Dejan Bodiroga (27 punti), emerso anche lui al momento giusto. Il resto lo fecero soprattutto l’ala Stojakovic e il centro Divac, entrambi già di casa negli States, in forza ai Sacramento Kings. 

L’Argentina fu la grande rivelazione. Di medaglie aveva vinto solo quella d’oro del primo campionato mondiale organizzato in casa nel 1950, ma era un altro basket. Che non si ritrovasse sul podio per caso, e che meritasse forse più dell’argento (avendo vinto tutte le partite prima della finale), lo dimostrò l’oro olimpico che conquistò due anni dopo ad Atene, battendo ancora una volta gli Stati Uniti. In molti in Italia (in assenza della Nazionale azzurra) fecero il tifo per la squadra albiceleste. Manu Ginobili, indiscusso protagonista, aveva giocato a Reggio Calabria e con la Virtus Bologna (conquistando scudetto e altri titoli); i San Antonio Spurs, che lo avevano scelto da tempo, non lo fecero praticamente tornare a casa. Con Hugo Sconochini, che da noi aveva girato e vinto di più (tra Reggio Calabria, Milano, Roma e Bologna Virtus), formò una coppia di guardie di grande valore, Per non parlare degli altri “italiani”: Alejandro Montecchia e Leandro Palladino (anche loro passati da Reggio Calabria, il secondo anche a Napoli). 

Una finale altrettanto inedita fu quella per il bronzo, tra Germania e Nuova Zelanda; della coppia arbitrale faceva parte l’italiano Stefano Cazzaro (già presente ad Atene ’98). Successo della formazione tedesca, letteralmente trascinata alla conquista della sua prima medaglia in un Mondiale dal centro Dirk Nowitski, che risulterà alla fine MVP e miglior marcatore, una doppietta rimasta unica nella storia del torneo. Lui sì che, proveniente dai Dallas Mavericks, risultò una stella NBA di prima grandezza. 

Deludente la Russia (solo decima) e il Brasile (ottavo); tra le sorprese avrebbe potuto esserci anche l’Italia, che aveva perso il treno della qualificazione nell’infelice Europeo dell’anno prima a Istanbul, dopo aver trionfato nella edizione precedente di Parigi ’99. Si era così conclusa, dopo solo quattro anni, la parentesi di Bogdan Tanjevic, e con la sua anche quella di Fucka, Myers, Abbio e Andrea Meneghin. Era appena cominciata una nuova era in panchina, quella di Carlo Recalcati, ma nove dei dodici giocatori che avrebbe mandato in campo nell’Europeo di Stoccolma 2003 (vincendo il bronzo) sarebbero stati ereditati dalla precedente gestione. Insomma, una continuità che avrebbe potuto dare i suoi frutti anche a Indianapolis.

L’Italia cestistica, comunque, aveva ugualmente gli occhi puntati sul Mondiale statunitense. Non solo per i giocatori già conosciuti nel nostro campionato (oltre agli argentini, anche lo spagnolo Garbajosa e il russo Cikalkin, in forza alla Benetton Treviso, o il canadese Meeks, a Fabriano), ma soprattutto per quelli che presto vi sarebbero arrivati: il neozelandese Jones a Cantù, i brasiliani Marcelinho e Giovannoni a Rimini, il portoricano Santiago a Roma, il turco Turkcan a Siena, il russo Avleev alla Virtus Bologna.

Nunzio Spina 

Foto 1: Manu Ginobili, top scorer dell’Argentina nella partita vinta contro gli Stati Uniti, giunti alla fine sorprendentemente sesti (dal sito “lagiornatatipo.it”).

Foto 2: Il brasiliano Marcelinho ha viaggiato a una media di 20 punti a partita; dopo il Mondiale di Indianapolis approderà in Italia (dal periodico “Superbasket, settembre 2002”).

Foto 3: Bodiroga contrastato da dietro dal portoricano Ortiz: la Jugoslavia viene sconfitta per la seconda volta, ma poi arriverà a vincere l’oro (dal periodico “Superbasket, settembre 2002”)

Foto 4: L’euforia della Jugoslavia (Serbia-Montenegro) per il successo-bis nel Mondiale; in primo piano Dejan Bodiroga (dal sito “italob.it”).