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Mondiali: Atene '98 - Il racconto di… Sasha Djordjevic

Aleksandar (Sasha) Djordjevic è nato a Belgrado (allora capitale della Jugoslavia, oggi della Serbia), il 26 agosto 1967. La scuola cestistica di grande prestigio era lì in città, e si chiamava Partizan: con quella magica maglia, una vittoria in Coppa Korac, una in Coppa dei Campioni, più tre titoli nazionali. A 25 anni era già in Italia: due stagioni all’Olimpia Milano (un’altra Korac), altrettante alla Fortitudo Bologna. Una breve parentesi in NBA con i Portland Blazers, prima di approdare in Spagna: dal Barcellona (due titoli nazionali e una Korac) al Real Madrid (un titolo nazionale). Forte il richiamo dell’Italia nel 2003: due stagioni a Pesaro, poi di nuovo a Milano, per chiudere la carriera di giocatore e intraprendere quella di allenatore. E da qui, altro giro e altri successi: Benetton Treviso, Panathinaikos Atene (Coppa di Grecia), Bayern Monaco (Coppa di Germania), Virtus Bologna (Champions League). Playmaker di 1,88, dotato di grande velocità e spiccata visione di gioco, col tiro da tre era in grado di vanificare ogni sforzo difensivo avversario. Nella Nazionale maggiore della Jugoslavia è arrivato a 20 anni (Europei ’87, bronzo), ma problemi fisici prima (precoce artrosi a un’anca) e politici dopo (embargo post guerra civile) gli concessero per un lungo periodo solo un altro Europeo (Roma ’91, oro), negandogli tra l’altro sia Olimpiadi che Mondiali. Tornato in scena nel ’95 con la Jugoslavia, ha conquistato altri due ori europei, un argento olimpico e un oro mondiale. 

«Atene ’98 è stato uno dei momenti più entusiasmanti della mia carriera. Era l’ultimo capitolo, da giocatore, con la maglia della Jugoslavia: salire ancora una volta sul gradino più alto del podio mi ha reso davvero felice, una chiusura in bellezza come di meglio non potevo chiedere! Pensare che a quel Mondiale non avrei dovuto partecipare, dato che appena un mese prima ero stato costretto ad operarmi a un ginocchio per una lesione del menisco… Io non volevo assolutamente mancare (anche perché, per vari motivi, avevo dovuto rinunciare sempre ai Mondiali precedenti) e soprattutto coach Zeliko Obradovic era disposto ad avermi in squadra a qualsiasi condizione… Ho stretto i denti, ho bruciato le tappe della riabilitazione, e alla fine ce l’ho fatta, aggregandomi ai compagni solo due giorni prima dell’inizio del torneo…».

«Certo, non ero al top della forma, avevo ormai 31 anni, ma sentivo di poter essere ancora utile alla mia Nazionale; ed io, che ero il capitano, non potevo tirarmi indietro… Obradovic puntava molto sulla mia esperienza, diciamo pure che mi considerava un leader, dentro e fuori del campo: un ruolo che mi inorgogliva, e che ho cercato di interpretare come meglio potevo, impegnandomi al massimo… Devo dire che, in questo, sono stato aiutato molto dai miei compagni: c’era una nuova generazione di talenti (Bodiroga, Rebraca, Sasha Obradovic, Beric) che aveva solo bisogno di essere incitata e resa consapevole delle proprie potenzialità…».

«Non è stato facile vincere quel Mondiale di Atene, ve lo assicuro… Abbiamo dovuto superare due volte la Grecia sul proprio campo (e chi ha provato a giocare nell’inferno dell’OACA di Atene sa benissimo di quale impresa stiamo parlando) e due volte la Russia, che aveva campioni come Babkov e Karasev… C’è voluta tutta la nostra determinazione, direi anche quella forte voglia di riscatto a nome del paese che rappresentavamo, ingiustamente punito per anni dall’embargo conseguente alla guerra civile… La Jugoslavia era tornata prepotentemente alla ribalta dal ’95, vincendo due Europei e un argento olimpico ad Atlanta: mancava l’oro di un Mondiale, e siamo riusciti a prenderci anche quello…».

«Abbiamo avuto solo un momento di cedimento nel corso del torneo, ed è stato proprio contro l’Italia, nella seconda fase… I ragazzi di Tanjevic ci hanno superato di un punto, e sinceramente si è avuta l’impressione che quella squadra potesse avere un futuro… Devo dire però che la sconfitta non ci ha affatto demoralizzati, anzi ci ha dato la consapevolezza di dover affrontare il resto delle partite sempre al massimo… E infatti, è arrivato subito dopo il primo, netto, successo con la Grecia, poi quello con l’Argentina ai quarti (13 punti di Djordjevic, con 26 minuti giocati, n.d.r.); infine, due autentiche battaglie, il bis con la Grecia, in semifinale, e con la Russia, in finale…».

«Quando, da capitano, ho sollevato la coppa, la mia gioia era incontenibile… Ho ripensato al mio primo podio con la Jugoslavia, bronzo agli Europei di undici anni prima, sempre ad Atene, nella squadra allenata da Kreso Cosic, che aveva fatto esordire quattro giocatori della squadra juniores, tra cui io… Sapevo che quella sarebbe stata la mia ultima apparizione da giocatore, e sapevo anche che mi sarei poi dedicato alla carriera di allenatore. Anzi, se volete proprio che lo dica, la mia mente era già proiettata verso la panchina della mia Nazionale, immaginando che un giorno, chissà, anche in questa veste sarei tornato sul podio…».

Un proposito e un sogno che sono diventati realtà. Sasha Djordjevic è diventato dal 2013 allenatore della Serbia, ruolo che riveste tuttora. Sul podio è risalito tre volte sulle quattro manifestazioni alle quali ha partecipato, a cominciare dalla medaglia d’argento proprio in un campionato mondiale, nel 2014 in Spagna. Dopo il quarto posto agli Europei dell’anno dopo, altre due medaglie d’argento: alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016 e agli Europei in Turchia del 2017.

Djordjevic, reduce dal sorprendente successo europeo in Champion League sulla panchina della Virtus Bologna, è già pronto per affrontare, con l’impegno e la determinazione di sempre, il Mondiale in Cina della prossima estate.

a cura di

Nunzio Spina

Foto 1: Djordievic, nel ruolo di capitano, solleva la coppa del titolo mondiale appena conquistato. A destra, sulle spalle di un compagno, bacia la bandiera jugoslava (dal periodico “Giganti del Basket, ottobre 1998”).

Foto 2: Sasha Djordjevic in azione con la maglia della Jugoslavia al Mondiale di Atene ’98; indossa una ginocchiera di protezione dopo il recente intervento chirurgico (da twitter.it)