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Quando lo sport si fa scuola? Io avrei un sogno, oggi …

Forse in tutti i paesi dell’Unione Europea una frase del genere verrebbe enunciata in termini affermativi, nel senso di sport che si fa a scuola e non con l’interrogativo connesso alla condizione che lo sport si faccia scuola, possa cioè diventare “scolastico” se praticato in tale ambito educativo.

 
E questo non perché altri paesi europei siano migliori ma semplicemente per via del fatto che intanto per alcuni di loro lo sport praticato a scuola, peraltro sotto diverse forme organizzative, è cosa che fa parte della cultura e delle proprie prassi educative.


Pensate solo che nel frattempo da noi si comincerebbe subito e innanzitutto a discutere sul termine sport e sui suoi significati e significanti persino filosofici o antropologici, per poi, di dibattito in dibattito, discutere se può farsi a scuola, poi quando si può fare a scuola, quindi come farlo a scuola, e ancora chi può o deve farlo a scuola, ed infine come interpretare le spesso contraddittorie circolari ministeriali in materia di sport a scuola e non solo, nonché come e vitare di restare basiti di fronte ad alcune progettualità pseudo educative di alcune federazioni.

 
Non resta che prendere atto perciò del fatto che già un titolo o se vogliamo un tema del genere nel nostro Paese costituisce fonte d’infinite discussioni, spesso fini a se stesse. Dunque, per tentare d’essere un tantinello più seri, proviamo a vedere se ci riesce di mettere dei paletti, magari pochi anche se al termine paletti preferisco quello di indicatori.


Allora quali possono essere alcuni indicatori che ci possono far dire che in quella determinata proposta, in quel progetto di attività, in quell’offerta formativa, proposta dal mondo dello sport, lo sport “s’è fatto scuola”?

 
Intanto lo sport si fa scuola se è capace di collocare la propria proposta educativa avendo come riferimento, da una parte i saperi delle scienze motorie fisiche e sportive e dall’altra le indicazioni curricolari in materia di corpo, movimento e sport che per gli addetti ai lavori si declina in termini di educazione fisica e sportiva.


Inoltre serve che chi si relaziona con la scuola, dovrebbe essere capace di cambiare gergo; si, il linguaggio tipico del mondo dello sport; quello che mentre gli insegnanti ad esempio pensano ai loro alunni in termini di classe, prima, seconda, eccetera, i federali o ti parlano di annate, i duemilacinque , i duemiladue … come se fossero annate di vini, oppure di categorie coi nomi di animali … categoria pulcini, scoiattoli, libellule … mancano i bacherozzi, le bisce e il pesce palla e poi siamo all’arca di Noè.


Che poi mi sono sempre chiesto se anche gli animali nelle loro competizioni sportive non mettano alle loro categorie agonistiche i nomi degli umani; che so … categoria fanciulli, alunni, bagnanti, casalinghe, veline, cubiste, pedoni, evasori, truffatori, mafiosi, corruttori, onorevoli e via discorrendo.
Pensate che bello un tre contro tre tra casalinghe e veline oppure tra corruttori e corrotti. Ma questa è un’altra storia.


Per tornare a noi vorrei a questo punto provare a definire alcuni degli indicatori culturali che possono connotare come educativo un progetto sport per la scuola, per cui lo sport a scuola deve:


- essere un processo integrato e continuo tra scuola ed extrascuola;
- valorizzare i percorsi e le acquisizioni personali;
- offrire numerose occasioni di formazione e di confronto;
- orientare ai valori, ai comportamenti, alla convivenza, alla cultura sportiva, al fair play.

Un’altra dimensione che ci interessa come insegnanti è quella della coerenza epistemologica dei progetti sport per la scuola, da una parte rispetto le scienze motorie, fisiche e sportive e dall’altra rispetto le indicazioni curricolari, a partire da quelle per il primo ciclo della scuola dell’obbligo.


In questo senso e a fronte dei relativi “saperi fondanti” l'educazione sportiva riferita alla scuola, in quanto processo educativo complesso ed integrato, deve avere una sua dimensione pedagogica rigorosa i cui elementi costitutivi sono:


- l'intenzionalità educativa;
- il progetto pedagogico di riferimento;
- la programmazione per competenze come procedura operativa;
- i contenuti e le metodologie didattiche proprie e coerenti;
- la trasferibilità delle conoscenze, delle abilità e delle competenze acquisite.


Per definire ancor meglio il disegno complessivo lo sport è in grado di farsi scuola se è capace di curare con maggiore attenzione i propri educatori; parlo soprattutto degli istruttori che vanno ad operare consulenze sportive nelle scuole, ma anche i neolaureati in scienze motorie, considerata l’involuzione e l’impoverimento delle prassi metodologico didattiche accademiche.


Queste figure di educatori dovranno possedere, oltre le competenze sportive disciplinari, quelle che vengono intanto definite come competenze generali quali:


= sapere
 = saper essere
 = saper fare
 = saper far fare


Tali competenze vanno declinate in riferimento alle socio competenze proprie di chi insegna qualcosa qualcuno, vale a dire il saper comunicare ed il sapersi relazionare.


A questo punto il file relativo allo sport che si fa scuola si può chiudere; resterebbe tuttavia aperto un altro file, quello relativo all’accoglienza della scuola nei confronti dello sport, del suo atteggiamento, della reciprocità d’intenti, delle conoscenze, delle competenze e dell’apprezzamento della disciplina infine, e non si offenda nessuno, degli insegnanti.


Anzi di quelle conoscenze e competenze proprie dell’ambito educativo relativo a “Corpo Movimento e Sport” dal momento che, per quanto ne abbia memoria, non è che le programmazioni e le azioni educativo-didattiche in materia possano sempre ed in linea di massima considerarsi congruenti, ad esempio, con le indicazioni curriculari più recenti.



Gli obiettivi formativi, ad esempio, vengono quasi sempre “rinchiusi” nelle radicate abitudini personali spesso in ossequio alla leggenda pedagogica metropolitana secondo cui, specie nella scuola dell’obbligo, l’unica dimensione utile è quella dell’educazione attraverso il movimento che,  si badi bene si connota come un “fenomeno parapedagogico” tutto italiano.


Viceversa, l’unica peculiarità che meriti la nostra attenzione consiste nel fatto che nella nostra disciplina convivono intanto tre dimensioni della personalità: quella funzionale, quella cognitiva, quella emotiva; e che quindi in essa convivono l’educazione attraverso il movimento, quella del movimento e quella al movimento. “Tutto il resto è noia …” e non porta da nessuna parte, credetemi.


Per concludere voglio citare a proposito di sport a scuola un brano dal libro “Lettera ad una professoressa” di Don Lorenzo Milani che recita come segue:

 
“Un professore di pedagogia dell’Università di Firenze ch’era venuto un giorno a trovarci disse: lei reverendo non ha studiato pedagogia, vero? Tuttavia, mi piace rammentare che Vigotskij sostiene che lo sport è per il ragazzo una necessità fisiopsicologica … dove mente e soma si riconoscono … altrimenti si rischia la percezione d’una corporeità mutilata … mi spiego?”.

 

Nel dire queste cose, parlava senza guardarci. Forse perché chi insegna pedagogia all’Università, i ragazzi non ha bisogno di guardarli? O perchè li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline? Oppure come dice Mario, che parla poco ma è capace di governare le 36 vacche della stalla del fattore”… perché l’è un bischero sciolto che di sport, di ragazzi e di scuola, u’n sa proprio nulla”.

 

Alla prossima