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Animazione educativa nella didattica delle attivita motorie, fisiche e sportive
 Anche se un milione di persone
crede ad una cosa idiota
la cosa non cessa d'essere idiota
(Anatole France - Premio Nobel )
 
In premessa
 
Il tema dell'animazione educativa in ambito motorio, fisico e sportivo è stato da me sfiorato almeno in un paio di occasioni: una su "Punti di vista" del sito FIP quando scrissi qualcosa parlando delle esperienze degli "Oratori"; un'altra, se non ricordo male, quando affrontai, sempre su quel sito e nell'ambito più ampio della metodologia didattica, la questione delle differenze e della evidente relazione intrinseca tra "didassi e matesi".
 
Da qualche tempo ci andavo pensando e adesso m'è venuta "gana" di tornarci su, un po' (... po' ... con l'apostrofo e non con l'accento come fa d'uopo) per mio interesse personale della materia e un po'  per via dei sempre più palesi "sentori" delle attuali evidenti derive tecniciste del nostro "giocosport" che, per i deboli di memoria ricordiamo, è stato il primo a potersi fregiare di questa appartenenza pedagogica sin dal lontanissimo ormai 1985, anno per così dire fondativo della definizione del "giocosport" come attività educativa propria della scuola primaria a livello istituzionale (DPR n.104 del 12 febbraio 1985).
 
Per guardarci intorno
 
Intanto mi piace menzionare il fatto che nei piani di formazione per "Moniteur Sportif" del modello sportivo formativo diffuso sul territorio francese il tema dell'animazione educativa in ambito sportivo costituisce uno dei cardini del percorso formativo di queste figure professionali. E lo stesso dicasi per i percorsi similari previsti dalla Scuola Federale Svizzera (SFSM) di Macolin.
 
A livello di Comunità Europea poi il tema riveste una tale rilevanza che l'apposita "Commission supporting youth actions in Europe" in http://ec.europa.eu/youth/policy/implementation/work_it  dedica all'argomento un apposito sito ricco di link molto interessanti. E da noi?
 
Da noi di animazione per così dire "codificata" troviamo testimonianza intanto nell'ambito scoutistico sia di estrazione cattolica che laica; ci sarebbe inoltre tutta l'area appunto di matrice cattolica che fa riferimento alle attività di volontariato educativo degli oratori e delle parrocchie, mentre nell'ambito della promozione sportiva, culturale e sociale un seppur minimo riferimento tra luci ed ombre lo s'intravede nelle attività dei vari e diversi Enti di Promozione Sportiva, di alcune ONLUS e ONG.
C'è inoltre tutto il filone dell'animazione turistica relativa ai villaggi vacanze e crociere, contrabbandate spesso in  TV come il nuovo che avanza, tanto che ormai diversi presentatori erano e di fatto sono ancora degli animatori del tempo libero e poco altro.
Una storia a parte merita poi, e lo vedremo in seguito, l'impatto e l'interesse del mondo della scuola per il tema dell'animazione educativa. 
 
 Qualche cenno storico-culturale riguardo il concetto di animazione
 
Esso vede la luce in Francia all'incirca verso il 1900 presso la così detta "Maison de la culture" per iniziativa di alcuni intellettuali dell'epoca con l'intento di definire un "luogo educativo" in cui fosse stato possibile fornire al popolo gratuitamente cultura.
In quelle circostanze e a seguito di quelle iniziative nasceva la figura dell'animatore culturale la cui connotazione iniziale era sostanzialmente politico-sociale anche se con il tempo essa divenne sempre più sfumata e indefinita.
 
La pedagogista Rosa Cera (UNIFG) nel suo interessante saggio su "Pedagogia del gioco e dell'apprendimento" (Ed. Franco Angeli) dedicato alle "Riflessioni teoriche sulla dimensione educativa del gioco" a proposito dell'animazione educativa fa riferimento a Gaston Mialaret, pedagogista francese di recente scomparso e alla sua "Scienza dell'Educazione",  per precisare i tre elementi teorici che contribuiscono a definire l'animazione come fenomeno socio-educativo:
 
  1. l'animazione come sistema con funzioni ludiche, ricreative, educative e culturali;
  2. l'animazione come sistema di controllo sociale liberatore e regolatore con funzioni d'intrattenimento dei cittadini nel loro tempo libero;
  3. l'animazione come progetto pedagogico innovativo in quanto i soggetti cui si rivolge sono cittadini non solo da animare ma anche da educare alla riflessione, al confronto, alla scelta e alla decisione.
 
Per quanto riguarda poi i diversi modelli culturali cui si può ricondurre l'animazione "tout court", sono state elaborate negli anni scorsi alcune classificazioni (Pollo, 1998; Floris, 2001) che hanno cercato di mettere in luce e ordinare le diverse sensibilità (ludiche, aggregative, espressive, culturali, politiche) che rendono ricco e variegato il cosiddetto mondo dell'animazione (Floris, 2008).
 
Una seppur sommaria sintesi da proporre è quindi quella per cui l'ambito di attività in cui si esercita oggi l'animazione va dalla scuola ai laboratori teatrali ed espressivi, ai centri sociali, alle comunità educanti, allo sport e al tempo libero, alla prevenzione nei confronti di soggetti a rischio e nel recupero di soggetti marginali e devianti.
 
A proposito di animazione educativa nella scuola
 
Nel nostro paese, solo nel secondo dopoguerra e con la scolarizzazione di massa in cui vengono messi in discussione i modelli tradizionale di trasmissione culturale, l'animazione educativa diventa oggetto di attenzione e di dibattito culturale e pedagogico.
 
Questo dibattito è ancora vivo e vede, come spesso avviene anche in ambito pedagogico,
sostanzialmente due posizioni:
 
  • Da una parte quella che deriva dalla constatazione per cui l'animazione, nonostante in molti casi sia entrata nelle istituzioni, educative e non, non ha bisogno per realizzarsi del contesto istituzionale, al contrario dell'educazione che si fonda sempre su una istituzione (scuola, famiglia, chiesa) per cui, nonostante si riconosca che l'animazione è anche un modo di fare educazione, sia conveniente che essa mantenga una sua specifica identità. (M.Pollo op.cit.)
 
  • Dall'altra quella che definisce l'animazione non come qualcosa di totalmente estraneo all'educazione; al contrario è un modo di interpretare le finalità del processo formativo, di intendere e realizzare l'impegno educativo; è un metodo con alta valenza educativa.
 
È riguardo questa accezione che si intende offrire una sorta di riflessione sull'ipotesidell'animazione in quanto metodo per insegnare. (P.Triani "L'animazione come metodo educativo"2001).
Dopo questa seppur sommaria distinzione, personalmente scelgo la seconda ipotesi, quella cioè di un approccio all'animazione educativa come metodo didattico, in quanto la ritengo più congeniale al "carattere pedagogico della mia didattica" nell'insegnamento delle attività motorie, fisiche e sportive riferite alle fasce d'età della prima e seconda infanzia.
 
I terreni e i contesti culturali dell'animazione in didattica
 
Fin dall'inizio e per mia propensione caratteriale, dal momento in cui ho deciso di fare l'insegnante, ho scelto lungo il corso degli studi e della mia formazione professionale e spesso al di fuori e oltre le "mode pedagogiche" del momento, alcuni "padrini culturali" che, seguendo una sorta di mio disordine storico-culturale, rispondono ai nomi di O. Decroly, E. Claparède, A. Binet, F. Froebel, J. Dewey e le nostre Maria Montessori e Rosa Agazzi.
 
E' nelle opere di questi pedagogisti illustri il terreno in cui affondano le mie convinzioni sull'importanza della dimensione metodologico-didattica dell'animazione il cui l'albero, per restare nel linguaggio metaforico, ha radici ramificate che attingono nel tempo risorse da terreni pedagogici talvolta persino diversi.
L'animazione educativa in didattica si caratterizza inoltre per la valorizzazione di quelle che possiamo definire alcune caratteristiche "antropologiche" dell'uomo.
 
La prima è la consapevolezza del sè, intesa come il bisogno/desiderio/capacità di "sentire la vita", di sentirsi vivi, di mostrare attenzione e interesse verso qualcosa, di appassionarsi ed entusiasmarsi.
 
La seconda è l'espressività, intesa come il bisogno/desiderio/capacità di dare forma comunicabile a ciò che si sente e a ciò che progressivamente si pensa, si comprende, si costruisce.
 
La terza è , intesa come il bisogno/desiderio/capacità della persona di entrare in comunicazione con l'altro, e di partecipare con gli altri alla modificazione della realtà. Animare diventa il contrario di lasciare da soli; è promuovere esperienze di incontro, di dialogo, di collaborazione.
La quarta è l'immaginazione intesa come il bisogno/desiderio/capacità di pensare il nuovo, l'inedito, il fantastico, il diverso.
 
"Il gioco in fondo, e il nostro giocosport in particolare, è proprio questo:
darsi uno spazio in cui conoscere e vivere il mondo dello sport con uno sguardo
diverso dallo sport degli adulti."
(F.M.Pellegrini in "Per un nuovo curricolo nella scuola primaria" a cura di C.Scurati - Ed La scuola - 1985)
 
L'animazione in quanto "metodo d'insegnamento"
 
Mi garba assai a questo punto citare la definizione di "animazione" dell'Enciclopedia Italiana Treccani:
" In pedagogia, complesso di attività e metodologie integrative, rispetto al normale curricolo scolastico, che sono state introdotte nella scuola elementare e media per migliorare la formazione dell’allievo, soprattutto nell’area dei linguaggi e della comunicazione, ma anche nell’area scientifica, tecnologica, sportiva."
 
Aggiungerei perciò che la funzione educativa dell'animazione ha a che fare con la scuola
" ... in un progetto educativo che preveda tra gli obiettivi da raggiungere non solo capacità cognitive, ma anche abilità psicomotorie e comportamenti affettivi, attraverso differenti linguaggi, partendo dalla realtà socioambientale dei bambini e dei ragazzi, per una riappropriazione critica della realtà e della cultura ..."(L.Galliani -1987- "Animazione Culturale" in Flores D'Arcais "Nuovo Dizionario di Pedagogia" Ed.Paoline - Milano - pag.68/72).
 
A partire da queste affermazioni sostengo che la faccenda ci azzecca assai di più nel giocosport come strategia didattica nell'ambito delle metodologie d'insegnamento, perchè c'è metodo non solo dove c'è intenzionalità, ma anche un'attività organizzata.
La pratica dell'animazione come metodo non si basa sulla pura e semplice spontaneità, ma sul fare leva costantemente su alcune dimensioni antropologiche della persona: l'educatore, fa sentire, esprimere, divertire, interagire, comunicare, emozionare.
 
Queste relazioni in sé hanno la possibilità di attivare processi formativi, hanno cioè una loro forza generativa; esse diventano metodo educativo in senso proprio quanto sono valorizzate consapevolmente e progettualmente per permettere ai bambini e ai ragazzi di vivere e costruire la propria formazione educativa in modo significativo, di crescere in consapevolezza, libertà e responsabilità.
 
Il saper fare animazione ducativa
 
A partire dalla prossemica (dove mi colloco rispetto ai miei allievi) al linguaggio, dalla comunicazione non verbale all'affabulazione, allo "storytelling", tutto rende educativa la nostra capacità e competenza nell'animazione didattica.
E ancora l'importanza di una sorta di "voce narrante fuori campo" che enuncia non tanto le regole del gioco, quanto "lo sfondo narrativo emozionale" della vicenda ludica che tutti, a partire da noi educatori, siamo chiamati a interpretare e dove semmai le regole del gioco non sono solo espressione esclusiva di un regolamento o di una tecnica, ma anche e inoltre "convenzioni di convivenza" senza le quali non si può giocare con gli altri.
 
E' ancora "animazione educativa" sul piano della dimensione emotivo/fantastica, il convincere i bambini che i nostri palloni da mini sono in realtà "le BUM-BALL magiche" che servono per colpire "l'astronave aliena" (il complesso traliccio, tabellone, canestro) dove ci siamo rifugiati in quanto "alieni": fa parte della nostra competenza narrativa/animativa.
 
E da subito ci accorgiamo che il nostro gioco "opportunamente animato", vissuto e interpretato dai nostri bambini è diventato come un cartone animato, con tanto di sonoro dei tipici rumori dei cartoni televisivi, con la caratteristica musica che i bambini conoscono e cantano.
 
Dopo il “ciak si gira", già volano i primi palloni e il cartoon del nostro gioco lo stanno interpretando loro, da soli, e a noi non resta che curare la "regia educativa" per portarli laddove abbiamo progettato e programmato di condurli.
 
Già. Ma con i più grandicelli? Provate, ad esempio, a chiedere loro di fare la radiocronaca di un gioco o di un'azione, o di una serie di rovesciamenti di fronte, stando fuori, come un cronista sportivo.
E poi magari chiedete ad uno di loro in possesso palla a descrivere a voce alta le sue intenzioni, le sue sensazioni, le sue incertezze, le sue inc...ture, magari perchè i suoi compagni non si liberano.
 
E poi ancora dopo viceversa, il descrivere a voce alta i timori quando si è sotto attacco. Credetemi, c'è da scoprire tutto un mondo di espressioni, si sentimenti, di emozioni che valgono tanto quanto gli aspetti tecnici e forse qualcosina di più perchè condivisi al momento con tutti.
 
 
In chiusura e per non concludere
 
Quelli che hanno avuto, nel bene e nel male, l'occasione di conoscermi sanno dell'interesse e dell'attenzione che nel corso della mia professione ho dedicato alla teoria e alla prassi della metodologia dell'insegnamento nonchè alla questione dei metodi nella nostra didattica.
Ancora di recente "illustri tanto improbabili quanto intoccabili" addetti ai lavori continuano a scrivere, indicare, esporre e proporre l'esistenza di un così detto "metodo ludico".
 
Per favore, ditemi finalmente che cosa vuol dire metodo ludico, fatemi degli esempi, argomentate, sono e resto in trepidante pedagogica attesa di nuove esegesi sull'argomento.
Ad esempio, dei due approcci di fondo riguardo i metodi in didattica il metodo ludico, a quale approccio fa riferimento: a quello induttivo o a quello deduttivo? O vuoi vedere che fa categoria a parte? E il suo rapporto con gli apprendimenti? Qual è la didassi del metodo ludico e quale la matesi? E ancora, il termine "ludico" indica il clima, il contesto, il contenuto, o che altro?
 
Di recente, ma non tanto, una delle più imbarazzanti definizioni, peraltro discretamente radicata a livello di "minus habens" in ambito di attività giovanile, è quella secondo cui "il giocosport è il metodo ludico per insegnare ai bambini uno sport di squadra". E bravi! Con questa miserevole definizione semplificatoria si dimostra, ancora una volta, che terminologie specifiche quali il gioco, lo sport, il metodo e la dimensione ludica sono come verdure da mettere come capita nel mixer. Poi basta frullare e il minestrone è pronto. Come dire di bufala in bufala, di fake in fake, come in quei social da cui mi tengo rigorosamente alla larga.
 
Talvolta e fatalmente poi si rischia di arrivare ad una sorta di sovrapposizione o integrazione tanto gratuita quanto incompetente che è quella che vede l'animazione educativa prendere le forme del così detto metodo ludico e viceversa; o ancor peggio anche per sentirsi in pace con la propria pseudo-coscienza ... " mò sai che faccio, ci butto dentro un racconto o un giochino e passa la paura".
Per molti "apprendisti educatori" animare attraverso un gioco è solo un modo per riverniciare di nuovo delle attività e delle didattiche assolutamente obsolete e tradizionali. Come dire "un deja vu"!
 
Capisci a me! Alla prossima.
fabrizio.m.pellegrini@gmail.com
 
Mini info biblio
 
Cadei L. (2001), Radici pedagogiche dell'animazione educativa, ISU Università Cattolica, Milano.
Carosio E. (2012), "L'animazione didattica", Scuola e Didattica, LVII, 14, pp. 15-24.
Contessa G. (1997), L'animazione, Città Studi, Milano.
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Ellena G. A. (1997), "Animazione", in .I. M. Prellezo, C. Nanni, G. Malizia (a cura di), Dizionario di scienze dell'educazione, Elledici-LAS-SEI, Torino. 
Floris F. (a cura di) (2008), Il mondo dell'animazione socioculturale, Quaderni di Animazione Sociale, Edizioni Gruppo Abele, Torino.
Freire P. (2002), La pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino. 
Lucarini V. (2004), Strumenti e tecniche di animazione, Elledici, Leumann. 
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