Questo libro nasce a bordo campo, tra partite, allenamenti, errori, relazioni e silenzi.
Non è solo un saggio di pallacanestro, ma una riflessione sul ruolo educativo dell’allenatore.
In questo libro troverete, anche in sequenza un po’ confusa, le mie riflessioni sull’attività giovanile di pallacanestro.
Ho allenato per 51 anni.
Per 7 anni non ho allenato una squadra giovanile, per 44 sì e spesso più di una.
Ho allenato contemporaneamente la serie A ed un gruppo di mini.
Non scrivo questo per vantarmi.
Ho fatto quasi sempre ciò che mi è piaciuto.
Il mio hobby è diventato lavoro, e spesso ben remunerato.
Ora mi sono ritirato.
Continuo a seguire il basket, ci mancherebbe; è troppo bello assistere a un’ora di minibasket di mio nipote.
È fantastico andare a vedere una partita di A2, in cui gioca un mio ex giocatore delle giovanili.
Mi piace organizzare attività di formazione con colleghi giovani.
Dirigo da anni un camp, esperienza straordinaria.
Però non sono più tesserato per alcun club, né alleno una squadra.
Ho così deciso che è giunto il tempo per scrivere qualcosa che ho maturato negli anni.
Scriverò poco di tecnica, ci saranno pochissimi diagrammi, e molto di più di organizzazione, di “filosofia”, di priorità educative.
Questo resta il vero obiettivo dell’attività sportiva giovanile: concorrere all’educazione dei giovani, non solo da un punto di vista fisico, ma globale.
Lo sport è scuola di vita, frase fatta, ma sempre attualissima.
Ma c’è uno sport che “fa bene” ed un altro che porta fuori strada.
Spero di essere stato protagonista di uno sport che fa bene.
In questo libro mi immagino di essere accompagnato dai tanti ragazzi con cui ho condiviso ore di palestra: i primi che ho allenato sono “ragazzi” nati nel 1962!!!
Scriverò riflessioni maturate grazie alla collaborazione con colleghi e collaboratori straordinari, alcuni verranno citati, la stragrande maggioranza no, grazie ai quali abbiamo vinto, perso, ci siamo arrabbiati ed abbiamo gioito, ma sempre con l’idea di dare una mano ai giocatori.
Sono i giocatori il soggetto dello sport, tutto il resto è “contorno”.
Devo ringraziare la mia famiglia: un grande allenatore del passato, Jim McGregor, diceva, ironicamente”, che la prima qualità che deve avere un allenatore è: “sposare una donna ricca”.
Intendeva ricca, perché, con la precarietà del nostro lavoro, trovarsi senza stipendio a fine mese può quasi essere la normalità.
Ricca per me vuol dire invece ricca di amore, di pazienza, di comprensione, di …tutto: sapete bene l’umore dopo una sconfitta, conoscete gli orari del nostro lavoro, i weekend tutti impegnati…
Grazie Enrica!
E grazie ai miei tre figli, Nicola, Andrea e Pietro.
Hanno avuto la disavventura prima di avere il padre come loro allenatore, poi come “pesante” osservatore alle loro partite, sia come giocatori che come allenatori.
Tutti e 3 hanno intrapreso la mia stessa strada, in modo diverso, ma tutti e 3 hanno la tessera da allenatore ed allenano.
Non so se sia un bene, ma è così.
Io sono contento.
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