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VOGLIA DI CAMP di Bruno Boero

C’era una volta, tanto tempo fa ….
Così, come una favola, inizia una storia vera divenuta importante perché sigla l'avvio di una epopea cestistica estiva, inizialmente Regionale, e poi subito Nazionale.
Per poterla narrare, dovete permettermi di riportarmi indietro nel tempo di soli quarantaquattro anni.
Chi meglio di un vecchio coach?
Nel luglio del lontanissimo 1974 un piccolo gruppo di super appassionati decise di ritrovarsi ad Aosta per iniziare una attività di basket estiva; come conseguenza (e prosecuzione) del fatto che il dannosissimo “morbo di Naismith”, coltivato in loco come aggiornamento tecnico estivo non avrebbe potuto continuare in eterno, per i più svariati motivi.
Perciò avevamo deciso di ribaltare la situazione: non saremmo più andati noi, ma avremmo ospitato ogni estate un grande coach Usa, a beneficio di giocatori ed allenatori nostrani e di altri addetti ai lavori.
I protagonisti della pazza idea siamo stati Gianni Asti ed il sottoscritto.
Dall’estate 1970 avevamo scorrazzato per camps, tornei estivi, campus universitari.
Avevamo incontrato, lavorato ed intervistato i migliori coaches Americani degli anni settanta.
Avevamo avuto tutto il tempo per decidere chi invitare, dopo aver ottenuto la promessa dal Comitato Regionale del Piemonte, allora presieduto dal Signor Luigi Martini, che qualcuno ci avrebbe sostenuto nel varare una iniziativa di eccellenza, sul modello americano.
La scelta cadde sul primo assistente di “Digger “Phelphs (Notre Dame University, South Bend, stato dell’Indiana), ancor oggi il più fanatico per il basket di college, insieme al North Carolina.
Il nostro invito andò al suo primo assistente, coach Dick di Biaso, desideroso tra l’altro di visitare (con la moglie Shawna) la generosa terra d' Abruzzo, luogo di nascita dei bisnonni paterni.
Per tutti fu un successo: non di vetrina, e neppure mediatico, tanto meno economico, ma divenne - da lì in avanti - un appuntamento annuale da non perdere: per un aggiornamento, uno scambio di esperienze tecniche e per interfacciarsi con addetti ai lavori dei settori giovanili di altre Regioni d'Italia.

Lo chiamammo “Camp Piemonte”, e con quel “brand” la nostra attività ha agito per un ventennio, sino al 1994, in quattro diverse sedi: Aosta, Peveragno, Verbania ed Alba, alternando ogni estate allenatori nuovi ed eccellenti.
Basti citare: Bob Nichols (Toledo University, Ohio), Mike Schuler (University of Virginia ed ex assistente di Bobby Knight), Paul Westhead (St. Joseph's University), Richard Percudani (Fairfield University, New York), Jack Mc Kinney (La Salle University, e successivamente capo allenatore di Los Angeles Lakers), John Killilea (Boston Celtic’s, e poi Milwaukee Bucks), e tanti altri.
In quelle quattro sedi piemontesi si sono fatti convergere, e si sono incontrate tra loro alcune migliaia di giovani cestisti, che in tempi successivi sarebbero diventati più o meno importanti, ma che ancora oggi conservano la magia tecnica, l’entusiasmo, l'incanto formativo ed umano di quelle settimane di fine giugno e luglio.
Giocatori ed allenatori facevano a gara per essere presenti a tali appuntamenti estivi, che servivano ad imparare mentalità, concetti e movimenti nuovi, ma anche a confermare la validità di fondamentali già appresi, e che potevano avere sul campo un riscontro immediato.
Questo apprendimento era tradizionalmente seguito da un confronto dialettico (e contestualmente eno-gastronomico) dei coaches, che tiravano tardi la notte.
In quelle roventi settimane abbiamo imparato il “motion offense”, i segreti del tagliafuori e dell'uno- contro- uno, la difesa sul pick & roll, il contropiede secondario, il pressing a tutto campo, ma anche il fascino delle sfide serali, l’incanto del torneo del 3 contro 3 “ante litteram”, i record di tiro, i giochi da camp, le rotazioni difensive, la mentalità del passaggio, l’armonia ineffabile del controllo di palla. Così come i ragazzi hanno imparato il rispetto degli orari, il senso dell’ordine, la collaborazione, e l’accettazione degli errori dei compagni.
Ma per gli allenatori, soprattutto una didattica semplice, immediata, ed efficace da trasferire - di lì ad un mese - ai Settori Giovanili dei rispettivi club.
È stato uno scambio tecnico e culturale, è stata la magia dei primi vhs in bianco e nero e poi a colori, è stata l'attesa e l'incanto dei super 8 e dei 16 millimetri portati in esclusiva ed in anteprima da oltre oceano.
Sono stati: la consegna, l’attesa e la sorpresa dei “premi speciali”, la presenza delle Famiglie ai discorsi di chiusura sempre spontanei, emozionanti e toccanti.
È stato lo scambio degli indirizzi per potersi tenere in contatto, il dono delle magliette che si conservano ancora in qualche angolo di casa, anche quando il colore è svanito da un pezzo, e la forma regala sospiri di un bel tempo andato.
Ma anche la simpatia e la sincera amicizia, dopo che si erano deposti i fischietti ed i panni di severi, esigenti istruttori.
Iniziammo dunque il primo Camp in Italia sul modello americano, con 38 ragazzi, al San Giuseppe di via Roma, ad Aosta.
Eravamo i primi: per noi era come sbarcare sulla luna, e per primi piantare la nostra sventolante bandiera sabauda!!!!
Ma eravamo pur sempre in ritardo di 45 anni; in Usa avevano incominciato nel 1929!
Bisognava recuperare il tempo perduto.
L' esempio del primo Camp, e successivamente la sua tradizione vincente si sono sviluppati e divulgati progressivamente in mille rivoli, ed oggi in Italia nessuno può dire esattamente dove, o quanti essi siano.
Ma ancor oggi mi piace pensare che ci sia un pezzo del nostro spirito pionieristico e del traboccante entusiasmo in ciascuno di quei luoghi.
E che la nostra primitiva passione non sia andata smarrita.

Oggi centinaia di basketball camp operano sparsi su tutto il territorio, e gli operatori di settore parlano di “camp-vacanza”, “a contatto -con-la-natura”, “camp di altissima specializzazione “.
Il nostro primo camp fu invece di “Travolgente Divulgazione “: lo affermo con orgoglio.
Ogni camp rappresenta un appuntamento estivo che nessun giovane vuole perdere: infatti, chiunque vi partecipi, ritorna a casa nella speranza che arrivi presto la successiva edizione.
Allora non chiediamoci perché da anni arrivano i figli, ed i figli dei figli dei primi “camperini” valdostani.

Alcuni appuntamenti estivi sono arrivati oltre la trentesima edizione: il “primogenito Camp Piemonte” ha lasciato traccia e mi piace pensare che “vanti migliaia di ottime imitazioni” ……

Verissimo! Perché, come sempre accade, gli allievi hanno superato i maestri.
Oggi esistono strutture eccellenti, e staff che agiscono con una perfetta organizzazione, con garbo, cura ed assistenza ai ragazzi; camp che fanno quadrare i bilanci trattando gli sportivi ospiti con simpatia e signorilità, e ricoprendoli di premi, di attenzioni e rinsaldandone le motivazioni per la stagione a venire.

Un camp estivo è rimasto l'unica forma di basket libero, giocato al di fuori dell’egida federale o di altri enti di promozione sportiva, o di agenzie educative.
Non ci sono dirigenti, non ci sono necessariamente arbitri, non esistono cavilli burocratici (al di fuori del doveroso certificato di idoneità sportiva), classifiche ufficiali, referti, ricorsi, depositi cauzionali, tasse gara o liste “R”.
Nei camp c'è libero mercato.
Il che consente di rimanere distanti dal mulinare di tablet, iphone, chat, accordi sottobanco, e lontanissimi dagli urli beceri dei genitori e dei dirigenti da stadio e degli allenatori da curva.
In un'epoca avara di punti esclamativi, ed anche di programmazione e di risultati sportivi, i basketball camps si perpetuano con la pretesa di portare una ventata di aria fresca, e di porsi alla ricerca di piccoli miglioramenti, di giochi, esercizi, gare, ma soprattutto di emozione convivialità, responsabilità, incontro, formazione, tolleranza e riflessione.
Parlo di esperienze personali, pertanto esclusive: di contesti che si nutrono di spirito collettivo, di teamwork ma anche incontri di unicità, molteplicità e disparità, e di valori etici che si consideravano dismessi.

Ad ogni estate migliaia di giovani cestisti indossano le nuove magliette con sgargianti colori: e poi le strutture, i promo, i selfie, i giochi, le gare, i record, la pagina facebook, la meraviglia per i “premi speciali”, i discorsi ufficiali di chiusura con la lacrimuccia dell'arrivederci al prossimo anno, le foto ricordo, i selfie e gli autografi …... e nessuno che vuole mai andare via per primo!

Noi, nel 1974, formammo un gruppo detto dei “Big Ten”: Gianni Asti - Federico Danna, al momento diciottenne, - Roberto Ricchini (in seguito allenatore della nazionale Italiana Femminile) - Enrico Delmastro (poi divenuto brillante psicologo dello sport in Veneto) - il sottoscritto - il compianto professore Mario Armana - Giancarlo Voghera - Dante Calzoni alla testa di un gruppo di giocatori laziali capeggiati dall’indimenticabile dirigente Altero Felici - e molti altri ancora.
Un gruppo di coaches molto attivi e solidali nel tempo, con interessi tecnici comuni, e con una passione che definire autentica sarebbe riduttivo.
Tempi che non ritornano ma ricordo delle persone che ci sono, e di quelle che purtroppo non sono più con noi.
Nostalgia dei luoghi e degli incontri, testimonianze di genuine passioni, spontaneità di comportamenti, successi nella vita, giocatori ed allenatori della massima serie, o della squadra nazionale, ma sempre “Persone di serie A”, amicizie senza se e senza ma, e senza tempo.
Quei giorni non ritorneranno più, ma il ricordo delle parole, dei gesti e dei volti, la testimonianza di chi ha avuto successo nel basket, ed ancor più nella vita, la spontaneità dei comportamenti, resteranno per sempre.

Un camp non è mai un evento mediatico; anche oggi, pochi spot su facebook, qualche locandina, rare fotografie, un paio di filmati, due striscioni ... quanto basta!
I ricordi restano privatissimi!
È vero, c'è un pezzo di noi in ogni luogo ove abbiamo vissuto e lavorato con passione.
Per chi scrive è sempre stato così: un pezzo a Torino, a Varese, Milano, Treviso, Firenze, Trapani, Padova, Alba, Modena, Rimini …. ma al camp ne è rimasto un pezzo più grande, e la stessa cosa vale per chiunque li abbia frequentati.
Nessuno era mai lì per gioco o per caso: giocatori, dirigenti, allenatori nostrani, allenatori Usa, erano sempre chiamati a “fare ed essere “.
La mia storia termina qui; ma quando sarà di nuovo fine giugno, o inizio luglio del prossimo anno, varrà la pena riviverne il ricordo.
Ricordi? Nostalgia?
Toglietemi tutto, ma non il Camp!
Lunga vita ai Camp di basket!

Bruno Boero 2018