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Addio Kobe

Si ferma il mondo del basket. 

Si ferma il mondo dello sport. 

Tutto si ferma. 

Kobe Bryant è scomparso in un tragico incidente in elicottero a 41 anni. Un fulmine a ciel sereno che va a toccarci nel profondo del cuore, perché ad andarsene è una leggenda della pallacanestro. Un fuoriclasse capace di scrivere record su record, in grado di incidere così tanto che limitarsi a guardare il suo palmarès sarebbe riduttivo. Per spiegare la sua grandezza non bastano i cinque titoli NBA, non bastano i due ori olimpici, non bastano i 33.643 punti in NBA e quel quarto posto nella classifica all time, proprio poche ore dopo il sorpasso di Lebron James, a cui Kobe ha dedicato il suo ultimo tweet prima di morire. Ma non solo, nella sua bacheca c’è anche un oscar per il cortometraggio “Dear basketball”. Molto più che uno sportivo, molto più che un campione: una leggenda. Kobe Bryant, tra 8 e 24... non ha fatto alcuna distinzione, quando sentiva l’istinto da killer colpiva la sua preda, proprio come un mamba, quel serpente a cui è stato associato per freddezza e letalità sul parquet. 

Tuttavia la vita a volte è crudele, anche con le leggende. La vita è fragile, anche per chi è stato capace di segnare 81 punti in una sola partita, dando l’impressione di essere invincibile. Kobe ci ha fatto piangere durante tutta la sua carriera: hanno pianto di gioia i tifosi gialloviola. Hanno pianto di rabbia, tutti i tifosi NON gialloviola, in particolare quelli dei Celtics, che forse sono quelli che oggi piangono più di tutti, consacrandolo definitivamente come divinità sportiva. Abbiamo pianto, tutti, di paura, per averlo visto dolorante, zoppicante. Per averlo visto smettere di giocare a basket. Per aver letto quella lettera alla sua amata, la pallacanestro. Oggi il vuoto che lascia soffoca tutto il mondo del  basket, incredulo e senza parole, perché Kobe Bryant non c’è più.

Filippo Luini /Basket Magazine