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Vive la difference!

Mi si passi pure il francesismo che m’è venuto spontaneo quando ho aperto e cominciato a scorrere il libro di Marco Tamantini di cui m’ha cortesemente fatto dono e che leggerò con maggiore cura. Certo che in un primo momento ti passa per la mente sarcasticamente che …“ eccolo, un ennesimo libro su minibasket e pallacanestro … se ne sentiva proprio il bisogno !”.

Poi però incomincio seguire e a leggere la sequenza degli argomenti trattati, capitolo dopo capitolo, anche per cercare di comprendere intanto e senza chiosare più di tanto “il senso ovvero l’idea sistemica” che ha guidato l’autore.

E ti si apre lo scenario, a partire dall’introduzione in cui io ho letto il senso di una “escape”, una sorta di via di fuga, dai processi di semplificazione oggi tanto cari ai media e a una certa editorialistica di consumo, ma soprattutto al web e ai social.

Dal punto di vista personale poi, la scorsa dei diversi capitoli e la loro sistematicità m’hanno “fatto persuaso”, d’accordo con Umberto Eco quando afferma ( in Kant e l’ornitorinco) che “ per quanto si possa essere tolleranti delle opinioni altrui, ciascuno deve pure enunciare le proprie,

almeno sulle questioni fondamentali.” E di questo si tratta, appunto, avendone Marco Tamantini pienamente titolo, competenza, merito e quindi facoltà.

Tuttavia quando, come il sottoscritto, si avanza negli anni, si diventa tanvolta “meschinamente tromboni “ nel senso che ci si vanta ad esempio del fatto che “ Marco ? … si certo è molto bravo e competente … l’ho avuto anche come allievo alla Scuola Centrale dello Sport in occasione del … e poi devo dirti che innanzitutto è una bella persona … senza contare che per diversi anni abbiamo lavorato insieme per la formazione a livello nazionale nell’ambito del minibasket e non solo“.

E mi chiedo se dovrei osare tanto ancora riferendomi a Marco Tamantini, se non fosse per il fatto che forse questo patrimonio scientifico e culturale comune è anche uno dei motivi, assieme alle sue competenze accademiche e tecniche, del nostro lavorare ancora insieme per la formazione nell’ambito della Scuola dello Sport del CONI a livello regionale e nazionale.

Peraltro “il trombonismo” non sembra più essere prerogativa esclusiva o preminente della senescenza, anzi. Di strumenti a fiato (trombe, trombette, tromboncini) oggi ne circolano a iosa, quanti ne volete e anche di più, e anzi l’attuale sistema mediatico e politico gode della privilegio di averne assai.

Tanti quanti, persino e come, quella “tromboneria sociale italiota” che affolla il web, dove dietro i vari nickname si esercita quotidianamente un’intera popolazione di “scorreggioni e ruttatori a piede libero” mentre il manipolatore di turno della comunicazione fraudolenta si affanna a definire tutta questa discarica indifferenziata d’ignoranza individuale e collettiva come “opinione pubblica” a proprio uso e consumo.

Nel nostro ambito poi c’è ancora chi si veste del paludamento paraistituzionale o per investitura se volete, per cui “il trombonismo” viene elevato al rango di “tromba del giudizio” con tanto di anatema modellistico versus gli infedeli che serve per definire “quelli che sono dentro e quelli che siccome non sono dentro vanno fuori”. Marco, capisci a me ?

Un po’ come l’omicidio da parte della “politica idiota” della CONI Servizi e l’invenzione becera del nuovo carrozzone “Sport e Salute”; ovvero come l’ideuzza di spacciare per Campionati Sportivi Studenteschi le innominabili “Mombelliadi Ministeriali”. Quest’ultime con la benedicente complicità dei “soliti saltatori sul carro vincente” chiamati a far parte dell’orchestra e del coro degli osannanti.

Che poi finisce come nella scenetta del comico romano Ettore Petrolini (ripresa anni dopo da Alberto Sordi nel film Polvere di Stelle con Monica Vitti) dove in una delle sue recite al Salone Margherita di Roma negli anni trenta, non ce l’aveva tanto con il “trombone di turno” (nella fattispecie con il ministro) quanto con coloro che gli consentivano per via dei voti votati e della “opinione pubblica di regime” di fare il trombone e di emettere gli editti ad escludendum.

Un po’ come chiudere i porti o vietare di manifestare liberamente magari esponendo uno striscione contro sotto le finestere di casa propria. E qui ci vuole la frase pronunciata da Petrolini “ Vedi, caro amico, io nun ce l'ho cò te ma cò quelli che te stanno vicino e nun t'hanno buttano de sotto”. Ai posteri la traduzione in metafora sull’attuale condizione italica… come dire “Caro ministro io non ce l’ho cò te (anche se non ricordo male, a Milano in passato, con Moratti e Gelmini…) ma ce l’ho con “la paranza” che ti ci ha messo lì…e ho detto tutto”.

Ma tant’è, caro Marco, la cultura e la sua libera espressione non s’accattano alle bancarelle dei social sul web o rincorrendo improbabili “pieni poteri”. Ambedue meritano attenzione, cura, studio, applicazione, senso critico, umiltà e talvolta una sana vergogna di se stessi se non s’è stati capaci di cogliere la magia dell’incontro con le “persone giuste”. Ed io, caro professor Tamantini, lo dico perché ho avuto il privilegio d’incontrarti.

E concludo citando come per metafora ancora una volta il grande Umberto Eco che, a proposito del suo già citato“Kant e l’ornitorinco” chiude la querelle culturale verso un verboso antagonista “trombone”con una sorta di aforisma che di seguito ti espongo: “ Per dirla con una battuta, Kant non sapeva nulla dell’ornitorinco, e pazienza; ma l’ornitorinco, per risolvere la propria crisi d’identità ( mammifero o meno ?) dovrebbe sapere almeno qualcosa di Kant.”

Lascio a te e ai lettori più avvertiti decidere metaforicamente chi sia l’ornitorinco e chi sia Kant. Nel frattempo a fronte di taluna letteratura corrente in materia, delle scelte sellerate della “politica di paranza” e a “dispitto” dei social e del web, ti confermo “vive la difference ! ”

Alla prossima … fabrizio.m.pellegrini@gmail.com