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Effetti dei comportamenti degli adulti sulla pratica sportiva giovanile

In premessa

Da qualche parte, in un angolo remoto delle memorie legate alla mia formazione presso la Scuola Centrale dello Sport nel corso degli anni ’70, permane il ricordo di una definizione di sport (credo di Salvini e Antonelli) che lo connotava allora come “ dispositivo sociale di aggregazione e promozione umana e culturale ”.
A me parve per diverso tempo come una sorta di sintesi del pensiero più complesso espresso poi dal filosofo spagnolo J.M. Cacigal (Lo sport–Anatomia di un gigante–1981–Minon–Valladolid) che ne indicava chiaramente le sue implicazioni e ricadute sociali, culturali, etiche, educative che influiscono sui modi di essere, di pensare e persino di agire delle persone.
Molto più di recente ed in occasione di alcune “scorribande sul web” m’ha intrigato assai un pregevole scritto di Emanuele Isidori (Laboratorio di pedagogia-Uniroma4-Foro Italico) che in un incipit, citando appunto Cacigal, preso atto che lo sport “rappresenta un sistema etico ed educativo in grado d’influire profondamente sulla società” invita gli addetti ai lavori a “una lettura più attenta e meno superficiale del fenomeno sportivo”. E io aggiungo in ragione dell’uomo e delle sue relazioni umane.
In buona sostanza viene poi lanciata una sfida che vuole mettere in discussione falsi assiomi e banalità condivise che nascono dall’errata convinzione che vede lo sport come un’attività ritenuta a prescindere come  “una pratica umana in grado di generare di per se stessa valori ed un miglioramento delle relazioni umane e sociali tra persone che vivono in una comunità”.
E siccome a me piace raccogliere le sfide ma anche schierarmi per condividere giuste cause, “mi sono fatto persuaso” (A.Camilleri nel Commissario Montalbano) che quanto in premessa rappresenti un bell’approccio al tema. Magari a partire da …sparigliare le definizioni.
 
Intanto occorre rovesciare il punto di vista
Mi piace perciò immaginare di affrontare molto cortesemente Cacigal e di provocarlo, sostenendo che per una lettura più unamanente vera e plausibile della fenomenologia sportiva in ogni sua declinazione, oggi bisogna ribaltare i suoi enunciati in materia di sport e quindi occorre avere finalemnte il coraggio di affacciarsi dalla finestra della nostra società, quella odierna, postindustriale ma anche postumanistica e guardarci dentro in maniera disincantata, senza né pregiudizi né preconcetti.
Vorrei dire per esempio a Cacigal, nella migliore tradizione “ della falsificazione dell’ipotesi in puro stile popperiano” (Karl R. Popper, La scienza, congetture e confutazioni, Bologna, Il Mulino) che invece oggi lo sport rappresenta un sistema complesso sul quale influiscono sempre più segnatamente le società e i comportanti delle persone di quelle comunità e persino le istituzioni che le governano e che per questa mutazione genetico-antropologica e culturale lo sport sta perdendo sempre più la sua “mission” educativa, la sua dimensione di “paideia” culturale, sociale, etica, umanistica.
Cioè esattamente e drammaticamente l’esatto contrario speculare della già citata condivisa convinzione che vede ancora oggi lo sport “a prescindere” come naturale “matrice generatrice” di umanesimo.
A ben vedere difatti il complesso sistema sportivo non rappresenta di per se un valore, una buona o una cattiva pratica in quanto si avvalora a condizione che si declini come mezzo efficace per perseguire obiettivi e finalità che sono sempre contrassegnati dall’educazione.
Senza questa sua funzionalità educativa lo sport non potrebbe rappresentare né un valore, né un bene, né una risorsa per l’umanità e la società.
 
Ma di quale società dobbiamo parlare  oggi ?
Di un modello di società ipotizzato in laboratorio e quindi ormai banalmente virtuale o di quella vera, drammaticamente reale e quindi “liquida”, quale quella che stiamo ormai costruendo e che ci ostiniamo a non voler vedere, o della quale di ciamo che tanto ormai ci sta bene così com’è ?
E mi riferisco segnatamente alla sua “liquidità” culturale, della comunicazione, della relazione umana, della responsabilità sociale che oggi vede ormai consolidata la visone “della prevalenza dei diritti privati e personali rispetto ai doveri collettivi, civici e sociali” o come descrivono in un mirabile libro Fruttero e Lucentini “ il paese della prevalenza dei cretini e dei furbi ”.
E per metterci riparo non si può invocare la panacea del potere salvifico dello sport quando l’essenza stessa dello sport s’è perduta nell’indistinto universo individuaslistico del postumanesimo neoqualunquista dei social “luogo virtuale nel quale il verisimile e il suo contrario si contrabbanda per vero e reale” e viene assunto nei comportamenti personali ormai e sempre più spesso “borderline” nel privato come nel sociale.
E mentre una pubblicità recentissima e martellante indirizzata ai giovani recita “BREAK THE RULES” lo sport che è fatto intanto di regole, di studio, di competenze, di cultura della fatica, sudore, sacrificio, corporeità e fisicità, impegno personale e collettivo, render conto e classifica, risultato e prestazione è ormai prigioniero di milioni di virtualità la cui origine è spesso una fake nascosta dietro un nikname con licenza di spacciare, di offendere, di millantare, di promettere e di far credere tutto e il contrario di tutto.
Inoltre tanta parte dello sport è travolto dai comportamenti sociali e personali “tanto liquidi quanto bullisti” di cui ormai è prigioniero e trasfigurato tanto da non essere più riconoscibile la sua genesi umanistica e umana.
Società e cultura liquida: come dire umanesimo annacquato.
Quando Zygmunt Bauman ha elaborato il concetto di 'modernità o società liquida', forse nemmeno lui si aspettava che l'espressione diventasse quasi di uso comune.
Ma cosa si intende esattamente per società liquida? “Con la crisi dell’idea politico/sociale di comunità assistiamo all’emergere dell’individualismo più sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno da cui guardarsi. Insomma senza più la benchè minima traccia di responsabilità umana e sociale sia individuale che collettiva”.
Un pò come la metafora che lo scrittore Andrea Camilleri argomenta in uno dei suoi racconti (La forma dell'acqua) quando spiega che l'acqua non ha forma propria ma che assume la forma fisica e volumetrica del recipiente che la contiene.
Allo stesso modo la nostra società e la nostra cultura oggi non si configurano secondo la loro forma  propria e umanisticamente definita, ma assume di volta in volta quella che " la convenienza del sistema di consenso al potere  e sul web " le fa assumere. E quindi la nostra società e la nostra cultura, proprio come l'acqua sono una società e una cultura " liquida".
 
Per un rinnovato umanesimo dello sport: competenza, condivisione, rigore.
Sarebbe da sprovveduti non riconoscere che questa “ disumana liquidità sociale, culturale e umana “ tende ormai a pervadere ogni rappresentazione fenomenologica dell’uomo, sport compreso. Anzi i segnali sono sempre più preoccupanti, a partire dalla circostanza che spesso e volentieri, a diffondere , amplificare e diffondere personali e false interpretazioni e trasfigurazioni dello sport erga omnes non sono “qualificati e appartenenti addetti ai lavori”.
Sono piuttosto il tronista o la velina o il trombone di turno, ovvero come dire “oves boves et universa pecora” purchè buchi lo schermo, abbia molti followers sul web e sia convinto che lo sport si vende e si compra come l’ultimo modello di tablet. Meglio se non capisce quasi nulla di valori, cultura, scienza e umanesimo dello sport.
Sono perciò convinto assai che da soli non ce la possiamo fare, che occorrerebbe una sorta di gioco di squadra, di nuova alleanza tra famiglia, scuola, istituzioni, associazionismo, imprese, media e web e che bisogna farlo adesso.
 A chi spetta il primo passo ? Coraggio, per favore, ci vuole coraggio, dice Bauman in profonda sintonia con Papa Francesco al meeting della Comunità di Sant'Egidio svolto ad Assisi a settembre 2016, cioè poco prima della morte di Bauman stesso, nel senso che il primo passo spetta a chi per primo se ne accorge e se ne vergogna; e poi occorre parlarne, comunicare, relazionarsi, confrontarsi e guardarsi negli occhi per il bene dei nostri ragazzi, per un futuro che abbai senso e ragione d’essere migliore, sapendo e volendo persino rinunciare al profitto del momento ad ogni costo, quale che sia.
Non conclusioni
Occorre avere il coraggio di "sporcarsi le mani e rottamare le tante coscienze omertose"; occorre smettere di farsi i soliti selfie autoreferenziali e assolutori delle proprie condotte adulte, a partire da quelle genitoriali, scolastiche, istituzionali o semplicemente personali, mettendo in fila e richiamando alle proprie responsabilità sia oggettive che soggettive che istituzionali tutti e ciascuno, nessuno escluso. Occorre ridare senso alla formazione e alle responsabilità degli adulti “addetti allo sport dei giovani”attraverso l’accertamento delle loro reali competenze e non in ragione delle improbabili protezioni o amicalità con il potere del momento o del luogo.
Occorre inoltre avvalorare attraverso comportamenti competenti, responsabili, coerenti e condivisi la prospettiva umanistica dello sport a partire dalla pratica giovanile e scolastica recuperando e enfatizzando aspetti quali:
·       La pratica sportiva per educare e autoeducare le personali potenzialità piuttosto che nascondere i propri limiti, attraverso il gioco dei successi e degli insuccessi, della vittoria e della sconfitta.
·       La pratica sportiva per confrontarsi sulle somiglianze tra tutti i membri della razza umana piuttosto che sulle evidenti differenze. 
·       La pratica sportiva in cui le diversità culturali non sono viste come risultato delle differenze nella natura umana ma come efficaci modi alternativi di approccio alla vita e allo sport.
·       La prativa sportiva dove  la prospettiva umanistica crede che le persone cerchino valore, autorealizzazione, significato e creatività in tutto ciò che fanno e rappresentano.
·       La pratica sportiva dove le persone sono in grado di fare delle scelte che non solo li riguardano ma che riguardano anche altri; e quindi quelle scelte comportano un forte principio di responsabilità personale e sociale.
E se infine devo portare un esempio, che dire … per me Olimpismo e Paraolimpismo l’umanesimo fondante dello sport ce lo rappresentano e ce lo testimoniano.
Sono entrambi movimenti universali che stanno lì a dirci che attraverso la pratica sportiva si riesce ancora e sempre a vivere e a testimoniare il senso più profondo e la sacralità umana della persona.
 
Grazie!
 
fabrizio.m.pellegrini@gmail.com