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Questa estate, il giorno di ferragosto leggendo un giornale

“Resilienza: resisto, dunque sono”

(Pietro Trabucchi)

 

In premessa

Ben ritrovati all’inizio di una nuova stagione sportiva o, se volete, di un nuovo anno scolastico anche se, qualche volta, la “ripartenza” si presenta complessa, faticosa e impegnativa. Parlo per me ovviamente per via dell’età oramai non più soltanto matura ma di fatto “ultrasettantina” per dirla alla Camilleri.

Ma andiamo con ordine anche con riferimento al titolo e dato per scontato che il giorno di ferragosto è variamente e diversamente considerato e celebrato come una sorta di giro di boa dell’estate. Mi soffermo perciò a descrivere quello che ho vissuto sulla mia isola il 15 di agosto ultimo scorso, con un mare non proprio invitante, con onde dal cappello biancheggiante di schiuma e vento di maestrale.

Perciò niente gommone, niente nuotata a largo, solo ombrellone, sedia e giornale, nella cui pagina dedicata alle scienze leggo testualmente un occhiello che recita: “Secondo recenti studi sui legami tra sport e abilità cognitive l’attività fisica fatta da giovani stimolerebbe la produzione di superneuroni”. Sin qui il titolo mentre l’uso del verbo al condizionale (stimolerebbe) mi tranquillizza sulla correttezza dell’approccio riguardo l’articolo, a cura del giornalista e studioso Giuliano Aluffi.

Per chi conosce il mio modo di affrontare le contaminazioni e le connessioni tra la pratica sportiva giovanile e la dimensione affettivo-cognitiva, non sembrerà strano il fatto che, tutto sommato, la rinuncia la nuotatina a largo sia stata ben ripagata dalla lettura dell’articolo in questione e dalle successive riflessioni che con qualche approfondimento in materia, qui di seguito vi propongo.

La teoria della “riserva cognitiva”

L’autore dell’articolo chiarisce che il punto di partenza della ricerca, coordinata dal Prof. Martin Wojtowicz dell’Università di Toronto, è la teoria della “riserva cognitiva” sviluppata nel 2002 dallo psicologo Yaakov Stern del Dipartimento di Neurologia della Columbia University.  

Secondo i risultati della ricerca questa riserva si formerebbe in età infantile e giovanile, quando il numero di neuroni reclutabili per poter diventare “superneuroni” è ancora alto e le sovrastimolazioni culturali, motorie, fisiche, cognitive ed emotive, riescono meglio a sfruttare le potenzialità plastiche del cervello.

Tuttavia, come spesso accade, per esplorare il concetto di "riserva cognitiva" possono essere usati due modelli teorici: quello di brain reserve e quello di cognitive reserve. Questi due termini, per quanto spesso confusi in letteratura, hanno alimentato un dibattito risultato alla fine costruttivo. Usando un'analogia, la brain reserve può essere vista come l'hardware, mentre la cognitive reserve come il software.

A tal proposito C. Chicherio, C. Ludwig e E. Borella scrivono in “La capacità di riserva cerebrale e cognitiva “(CEVI Research Program - 2017)

“Nonostante la riserva cerebrale e la riserva cognitiva siano stati concepiti e esaminati come due modelli indipendenti, varie evidenze indicano che i due modelli sono interdipendenti e tra loro connessi.

Entrambi i tipi di riserva condividono il postulato, spesso implicito, secondo il quale le risorse accumulate durante la vita permettono all’individuo di mantenere un comportamento adeguato dal punto di vista funzionale.

Tali risorse sono il risultato della capacità del cervello di cambiare, svilupparsi e adattarsi, strutturalmente e funzionalmente, grazie ad un’interazione dinamica e continua tra influenze di tipo biologico ed ambientale.”

La resilienza neurocognitiva

La riserva cognitiva è comunemente usata, in letteratura scientifica, per riferirsi sia alla riserva cerebrale che a quella cognitiva e viene considerata a livello scientifico come una sorta di “resilienza” all’invecchiamento delle cellule cerebellari, alle loro funzionalità, a eventuali possibili danni e patologie neurologiche.

Occorre rammentare a questo proposito che la plasticità cerebrale è una proprietà intrinseca del nostro cervello e rappresenta il motore dell’evoluzione umana in quanto consente al sistema nervoso di superare le limitazioni proprie del nostro genoma e quindi di adattarsi alle variazioni ambientali, ai cambiamenti fisiologici, alle esperienze e alle diverse influenze culturali e sociali.

Ciò avviene, in estrema sintesi, grazie alla proliferazione postnatale delle cellule staminali (che sono cellule primitive non specializzate dotate della singolare capacità di trasformarsi in qualunque altro tipo di cellula dell’organismo) ma che nel nostro caso, in quanto cerebrali e pluripotenti, daranno origine soltanto a nuove cellule nervose e potenzialmente a nuove sinapsi.

Connessioni con i processi di apprendimento

E a proposito di connessioni, posto che i neuroni e i circuiti nervosi vanno incontro a cambiamenti durante tutto l’arco della vita (plasticità neuronale post-ontogenetica) occorre convenire che gli apprendimenti comunque intervenuti costituiscono la forma esteriore e osservabile della plasticità neuronale in quanto ogni apprendimento è determinato da modificazioni nelle connessioni sinaptiche (rimodellamento delle connessioni sinaptiche) in relazione a:

  • Cambiamenti che coinvolgono i neurotrasmettitori a livello sinaptico
  • Formazione di nuove sinapsi
  • Riformattazione di alcune delle connessioni sinaptiche già esistenti

Tale condizione, dice l’articolo, è fortemente e significativamente favorita da quello che (Greenough et al., 1972, Rosenzweig et al. 2001) definiscono come “ambiente arricchito” laddove per ambiente arricchito deve intendersi “una combinazione di stimoli sociali, culturali, sensoriali e motori, che vanno ad influire sulle variazioni sia biologiche che funzionali del SNC” (op.cit.).  In estrema sintesi si può allora guardare alla plasticità neuronale come all’effetto di apprendimenti che a loro volta si possono fare risalire a numerosi fattori quali:

  1. il livello di scolarità;
  2. il tipo di professione svolta;
  3. lo stile di vita e le attività svolte durante il tempo libero;
  4. l’educazione e l’interesse per la cultura;
  5. lo svolgere un lavoro che richieda sforzo intellettuale;
  6. l’avere un’ampia rete di relazioni sociali;
  7. la continuativa attività motoria o sportiva giornaliera;
  8. il leggere di frequente;
  9. le attività intellettuali o manuali complesse come ad esempio suonare uno strumento musicale o praticare il bricolage.

Ricomincio allora dal punto 7

Vale a dire, secondo lo schema precedente, da quello relativo alla circostanza accertata dalle  ricerche di cui sopra che vede la pratica motoria e sportiva continuativa giovanile come uno dei fattori concorrenti e maggiormente predisponenti agli apprendimenti, alla plasticità neuronale, alla definizione di quello che viene definito come “ambiente arricchito”.

A tale proposito, aldilà dell’indiscutibile efficacia della pratica motoria e sportiva continuativa in età giovanile nei processi di sviluppo, crescita e maturazione della persona, nello specifico della costruzione delle riserve cognitive intese come resilienza delle memorie, giocano un ruolo di maggiore efficacia le discipline sportive a open skill come, per l’appunto, i giochi sportivi di squadra.

Difatti come suggestivamente affermato in uno studio di recente pubblicato su “Trends in Neurosciences” dall’antropologo D. Raichlen della Arizona University, quanto più il movimento è ricco di stimolazioni e di aspetti cognitivi, tanto più tale attività è capace di stimolare la neurogenesi, ossia la formazione di nuovi neuroni.

In questo senso e per tornare ad alcune delle riflessioni a suo tempo affrontate in tale ambito, quanto maggiore è il “carico cognitivo” di una determinata prestazione sportiva, tanto maggiore è lo stress cui la mente dell’atleta è sottoposto, e tanto maggiore ancora sarà la sua necessita di accedere ad una sorta di propria personale “resilienza cognitiva” che nel corso degli anni e fin dall’infanzia sarà stato in grado di costruirsi. (Vedi anche “Il carico cognitivo nei processi mentali” https://www.basketcoach.net/bc/mostra_news.php?id_news=15331  )

Da qui la necessità di considerare i singoli personali percorsi dello sviluppo e le esperienze motorio sportive durante l’intero arco della fascia dell’età evolutiva almeno per cercare di capire come le risorse, e quindi i diversi tipi di riserva, si costituiscono, vengono usate e permettano all’individuo di adattarsi e, di conseguenza, di manifestare una maggiore plasticità motoria (competenza) a fronte delle complessità crescenti nelle prestazioni sportive.

Di seguito alcuni testi consigliati oltre quelli citati

Chicherio C., Ludwig C. (2009). Il cervello che invecchia: Tra perdite e guadagni. In R. de Beni (a cura di), Psicologia dell’invecchiamento. Bologna: Il Mulino, pp. 99-118.

Churc hill J.D., Galvez Lee J.H. (2007). Understanding cognitive reserve through genetics and genetic epidemiology. Philadelphia, PA: Taylor & Francis, pp. 5-36.

Stern Y. (ed.) (2007). Cognitive reserve: Theory and application. Philadelphia, PA: Taylor & Francis.

Stern Y. (2009). Cognitive reserve. Neuropsychologia, 47, 2015-2028.

 

 

Alla prossima                                                fabrizio.m.pellegrini@gmail.com